Un racconto per l’estate: «Una sola condizione» di Pablo Matilla

Oggi vi proponiamo qualcosa di speciale: un racconto inedito, surreale e affilato, firmato dallo scrittore spagnolo Pablo Matilla e tradotto per noi da Arianna Pagano.

«A una sola condizione» è una piccola incursione nel fantastico, tra sogni disturbanti, colloqui di lavoro e fobie che (forse) diventano realtà. Il protagonista, tormentato dalla sua paura dei ragni, si sveglia dopo un sogno inquietante che finisce per condizionargli l’intera giornata. Persino durante un importante colloquio di lavoro non riesce a trattenersi dal parlarne. Una storia breve, straniante e ironica, perfetta da leggere sotto l’ombrellone — a patto che non abbiate paura dei ragni. O forse sì, perché in fondo, come scoprirete, quella paura potrebbe tornarvi utile.

Buona lettura!

***

Mi svegliai dopo un riposino pomeridiano pensando ai ragni. Ne ho talmente il terrore che non ho potuto fare a meno di stringere con forza il bracciolo della poltrona per sentire il tessuto sul palmo della mano sinistra.

La cosa peggiore è che non sono riuscito a togliermi questa sensazione per tutto il pomeriggio – rimango sempre angosciato dopo sogni del genere –, un piccolo brivido lungo la schiena provocato dai passi di tutti ragni che ho sognato. Come se li avessi nelle vene e navigassero dentro di me con il loro addome peloso e le zampe simili ad artigli di uccello.

Con autocontrollo mi calmai e mi ricomposi in un’apparente normalità; una volta, ad esempio, avrei passato la mattinata a rompere tazze per dimenticare l’ultimo incubo. Così riuscii ad andare avanti con il programma che avevo per quel pomeriggio: scegliere la camicia e la cravatta che stavano meglio con il mio vestito preferito di color grigio scuro con righe sottili, quasi impercettibili. Mi sentivo classico, non paragonabile a Cary Grant ma piuttosto a Bogart. Per questo scartai la cravatta viola e scelsi quella azzurro scuro. Avevo bisogno di una personalità un po’ cinica per quel pomeriggio, indifferente come foglie che galleggiano su un fiume – mi sembra di vederle sbattere contro la riva e proseguire. Mi serviva per il colloquio di lavoro, certo, ma anche per scacciare i ragni che mi sentivo dentro.

Di solito preferisco il nodo inglese, questa volta, però, ho dovuto scegliere quello americano. Sì, decisamente più Bogart. Un tipo così non avrebbe mai il terrore dei ragni, di sicuro li schiaccerebbe senza disgusto con le dita, li brucerebbe con il sigaro e li pesterebbe sotto la scarpa con una smorfia di ripugnanza sulle labbra. Aggiustai i polsini della camicia in modo che uscissero di alcuni centimetri dalla giacca, proprio tale e quale a lui, con lo stesso odore delle bettole dove suonano jazz per tutta la notte.

Mentre stringevo (un’altra volta) il nodo della cravatta davanti allo specchio, iniziai anche a esercitarmi con le sopracciglia – la personalità si costruisce con i dettagli, come qualsiasi cosa ne valga la pena – e a pensare a cosa dire all’intervistatore:

«Senta, io sono il più grande aracnofobico della storia. Davvero, è da cinquant’anni che ho questo titolo e nessuno mi batte. Cosa ne pensa, eh?».

Perché le persone come me non si vergognano di avere paura. Ce l’abbiamo e non c’è altro da dire, senza dubbio. Questo era il modo per convincere l’intervistatore che io fossi l’uomo perfetto per il posto: emanare, senza pretese, quella sicurezza che sa di tabacco nero e vecchie radio.

Mormorai un paio di volte la frase, allungando il collo e alzando il mento – non so perché, in questa posizione mi sembrava impossibile abbassare le sopracciglia – per iniziare a crederci poco alla volta. Accesi un sigaro (certamente con un fiammifero, per chi mi avete preso) e cominciai a tenerlo in equilibrio sulle labbra. È un’arte dare a questo gesto la giusta naturalezza: bisogna saper parlare senza che il sigaro barcolli ma neanche rimanga in bocca immobile. Bisogna ballare con lui come si balla con le giovani donne raffinate, con le braccia ferme però allo stesso tempo languide, in modo che tutto scorra senza preoccupazioni. Sì. Proprio così. Fregandosene di tutto, però che sia evidente che lì in fondo, dietro al sigaro e allo sguardo cupo, c’è un cuore sofferente.

Lo sguardo, altro argomento delicato. I miei occhi sono marroni, del colore della nocciola più comune. Non hanno nemmeno la più piccola traccia di azzurro o verde, qualcosa che possa essere paragonato alla giada o alla profondità del mare. Niente, però come molte persone ho gli occhi del colore dell’addome dei ragni africani.

Lo sguardo deve racchiudere dei falchi (se maltesi ancora meglio), deve brillare quanto basta per far sì che si veda bene l’interno. Sì, in questo caso bisogna seguire le indicazioni tradizionali, gli occhi devono essere lo specchio dell’anima. È l’unico modo per poter mostrare la paura senza sembrare idioti. L’intervistatore deve vedere lì dentro, nel cielo degli occhi, i falchi che volano in cerchio con le cime innevate sul fondo, deve sentire il loro stridio, poi il silenzio. E sotto, nella valle che i falchi guardano con indifferenza, in un angolo nascosto nel fiume e sotto l’ombra della quercia, le foglie galleggiano assenti e l’anima si nasconde nell’acqua.

Solo così una persona onesta, che aspira ad avere un lavoro dignitoso al giorno d’oggi, può mostrare la sua paura.

Finalmente, dopo un buon quarto d’ora specchiandomi per intero, quando ormai le sopracciglia iniziavano a farmi male, stanco di annodarmi la cravatta e di aggiustarmi i polsini della camicia, mi ritenni soddisfatto della mia personalità alla Humphrey Bogart. Mi misi l’impermeabile e andai verso il garage.

A essere sincero, ero a malapena riuscito a togliermi il ricordo dei ragni dal mio corpo. Sentivo ancora la leggera carezza delle loro zampe, dei loro occhi (quanti potevano averne, i maledetti), l’inquietudine di sentirmi annullato a causa dei sogni. Però un uomo deve fare quello che un uomo deve fare, dicevo a me stesso mentre mi accendevo un sigaro con un altro (non lo nego: anche se sono meticoloso, a volte si mischia un po’ di Wayne nel mio Bogart). A questo stavo pensando mentre salivo in macchina.

Non era una Buick del ‘52, neanche una Corvette del ‘57, però la mia utilitaria aveva uno spirito, come me.

Ed è qui che tradii la mia strategia e la mia personalità. Sulla strada verso AGL Enterprises, di solo quindici minuti, ascoltai musica lirica ad alto volume. Mi piace cantare – gridare, per essere esatto –nell’intimità della macchina. Scaricare un po’ di tensione prima che il futuro mi venga ad acchiappare, che i ragni, i falchi, l’intero bosco che vive dentro di me, percepiscano le vibrazioni della musica e tremino – che tremino anche loro una volta ogni tanto –, prima che la quiete dentro di me senta, in sordina, la voce del tenore accompagnata dalla mia mentre grido a perdifiato, come se non ci fosse un domani.

E si tratta di un tradimento perché, a essere sincero, non potrei immaginare un buon Bogart, un Bogart come Dio comanda, cantare con voce urlante La donna è mobile. Però tutto ha un senso. Cantare così, rompendo appena la voce, serve per dopo, una volta fuori dalla macchina, quando si respira a fondo prima di entrare nel grattacielo altissimo – sulla cima l’edificio diventa più affilato, si perde tra le nuvole nere e minacciose. Serve per dare corpo alla voce, inietta note pungenti, apporta quella sfumatura ferita, in modo da dire senza dirlo: eccomi, sono un uomo vissuto.

Inspirai a lungo, canticchiando ancora qual piuma al vento, guardai dall’alto al basso quella mole scura di cemento, popolata da luci gialle e ombre nette, e feci i primi passi verso la porta.

In momenti simili, per così dire cruciali, bisogna tenere la paura sotto controllo. Tutti i dettagli (i falchi, il sigaro, la cravatta, tutto) creano un effetto preciso, un’immagine complessiva che non deve lasciare il minimo dubbio all’intervistatore.

Per questo, anche se non ne sono sicuro, mentre la segretaria mi guidava verso la sala dove avrei aspettato quindici minuti percorrendo corridoi con moquette e luce soffusa, cercavo di ricordare i miei attacchi di panico. Ad esempio, una volta entrai nel soppalco della nonna, riconosco di aver esagerato, quasi per dimostrare a me stesso che sapevo anche essere un duro. Solo nel vedere le ragnatele, brillanti e polverose simili a parrucche del secolo passato, sentivo i battiti del mio cuore nelle mani, nelle braccia, nel petto. Sembrava quasi che quell’organo vitale fosse una vedova nera che respirava eccitata, mandando i suoi scagnozzi negli angoli più remoti del mio corpo. E come si fa a scappare da se stessi? Si può solo gridare, maledirsi per essere andati alla ricerca di quel panico di propria iniziativa e con testardaggine.

Ricordo il pianto smorzato della nonna, seduta sulla poltrona, la mano destra sulla bocca e il suo sguardo – mi guardava con una tristezza affilata come un pezzo rotto di porcellana – dopo che io avevo distrutto tutte le stoviglie, regalo di matrimonio che lei aveva custodito per tutta la vita gelosamente, forse il ricordo più prezioso del suo defunto marito.

Però, per meschina malvagità, mi incolpo solo di essere salito nel soppalco; il resto, anche se in quel momento non volevo riconoscerlo, era inevitabile. In qualche maniera bisogna superare i momenti di panico. L’ansia, come cani da caccia durante un inseguimento, prima o poi deve essere scongiurata.

Io rompo i piatti senza misericordia. E in quei momenti posso dire che c’è della cattiveria in me, forse il panico e la paura sono quel cammino angusto da dove esce il male che vive dentro di noi. Il fatto è che vedere volare i cocci di porcellana, quei disegni azzurri di bucoliche scene campestri, rotti e distrutti per sempre, mi dà uno strano piacere. Come se qualcuno lontano, qualcuno che non sono io, si svegliasse in una spiaggia deserta, con le braccia e il corpo umidi, la sabbia negli occhi, il sale nella bocca, tutto rigido, anchilosato per aver dormito a lungo. Lo guardo svegliarsi e sento il piacere di rompere, mi godo il rumore delle tazze contro il pavimento, la libertà di vedere i ragni mentre abbandonano il mio corpo e il panico – un liquido appiccicoso, simile a miele annacquato – che gocciola giù dalle dita, uscendo da dentro di me sotto forma di sangue nero.

È importante ricordarsi di questi episodi. Averli ben chiari quando l’intervistatore entra nella sala e, stringendogli la mano, conservare nella mente la propria immagine intenta nel rompere la cristalleria.

Così mantenni la calma per i quindici minuti di attesa, impostando il mio miglior Bogart. Poi una bella donna sui quarant’anni entrò e mi allungò la mano, che io strinsi con educazione sollevando leggermente un sopracciglio, solo di qualche centimetro. Aveva dei grandi occhiali a tartaruga e i capelli legati in uno chignon molto stretto. Indossava un abito nero e non sorrideva. Cercai per qualche secondo di capire che personalità avesse, cosa ci fosse nei suoi occhi, se grattacieli o piccole isole – trovare, non so, anche in lei un po’ di paura – però non riuscii a captare nulla, solo la iride verde (direi uguale alla giada).

Senza tergiversare, mi chiese informazioni sui miei precedenti lavori. Mentre lottavo per mantenere viva la mia personalità da Bogart indifferente, le raccontai che per venticinque anni avevo fatto il contabile alla Kanosvi Corporation e che purtroppo, come lei ben sapeva, ultimamente era difficile trovare un lavoro da contabile (sì, da contabile o di qualsiasi altro tipo).

Smisi di parlare ed entrambi rimanemmo in silenzio per qualche secondo, dello stesso grigiore della stanza dove ci trovavamo, senza decorazioni, solo il tavolo e le sedie bianche dove eravamo seduti. Un ventilatore ronzava da un’altra parte (un rumore che puzzava di disinfettante, di bettola rancida). Quindi, per non pensare a quel rumore e al suo odore, chiesi se potessi fumare. Lei acconsentì mentre cercava tra i fogli qualche mio dato – forse la data di nascita o la descrizione del mio lavoro alla Kanosvi. Accesi una sigaretta senza offrigliela e cercai di posizionarla sul labbro inferiore nel modo più naturale possibile, cosicché il fumo mi facesse socchiudere gli occhi e lei potesse scorgere i falchi che volavano lì dentro, nelle mie pupille marroni. Infatti mi ero accorto che i falchi erano ansiosi di essere visti, con il becco si sporgevano quasi attraverso la mia cornea, come se fosse una patina appiccicosa da attraversare.

Non dovevo accelerare il ritmo degli eventi. Sentivo che quella frase mormorata davanti allo specchio si accalcava sulla mia lingua, le parole desiderose di uscire in fretta e furia:

«Senta, io sono il più grande aracnofobico della storia. Davvero, è da cinquant’anni che ho questo titolo e nessuno mi batte. Cosa ne pensa, eh?».

Però lei non aveva ancora parlato di ragni, neanche di paura. Lei avrà paura? Perché io non ero riuscito a vedere niente nei suoi occhi, già l’ho detto, neanche un misero grattacielo con finestre gialle.

Io continuavo a fumare, tranquillo, con classe e serietà. Come se non sapessi che il momento della verità si stava avvicinando poco alla volta (rimanevano sempre meno domande superflue), come se non mi tremassero le gambe sotto il tavolo.

Il fumo si stava concentrando attorno al lampadario sopra di noi, girava intorno alla lampadina ricordando il volo di un insetto (devo dirlo: tessendo una ragnatela tutt’attorno). In quell’istante, quasi leggendomi nella mente, mi guardò negli occhi e chiese:

«Quindi lei ha paura dei ragni».

Finalmente si avvicinava il momento della mia frase. Annuii avvolto in una grossa boccata di fumo, leggermente nervoso perché la paura, in questi casi, bisogna sempre mostrarla molto bene.

Mentre lei mi diceva che c’erano diversi candidati, tutti di un certo livello e con paure importanti, anzi molto sviluppate (simili a querce centenarie, credo) e che il posto era ben remunerato, capii che era il momento di interromperla:

«Senta, io sono il più grande aracnofobico della storia. Davvero, è da cinquant’anni che ho questo titolo e nessuno mi batte. Cosa ne pensa, eh?».

E lei, dietro i suoi enormi occhiali a tartaruga, rimase un po’ sorpresa, direi quasi frastornata dalla mia veemenza. Perché sì, lo dissi con il tono di voce di quando Bogart si arrabbia, mentre schiaccia un ragno con una smorfia di ripugnanza negli occhi.

Poi, subito dopo, avvenne. Nei nostri sguardi. Era come se la giada e l’addome del ragno si scambiassero. Capii che lei vedeva i falchi e io ero là dentro, nei grattacieli che fino ad allora non ero riuscito a vedere. La riconobbi lassù, in cima, la sua silhouette nera sul fondo giallo della finestra e mi accorsi che la mia visuale saliva, con il vento sul viso, fino a raggiungerla e, all’improvviso, mi trovavo dall’altra parte del vetro, nella sala d’attesa, con il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri di gin.

E lei, lei era scesa a valle superando i falchi. Capii che li contemplava dal basso – le foglie di quercia suonavano sotto le sue scarpe con il tacco e lei inciampava camminando verso il fiume. Con leggera sorpresa guardava il cerchio perfetto creato dai falchi e, senza rendersene conto, la punta delle scarpe tutt’a un tratto era dentro l’acqua del fiume. Una foglia vi sbatté contro e proseguì, poco prima che lei abbassasse lo sguardo, turbata dall’acqua fredda.

Nella sala d’attesa la vedevo con addosso con una vestaglia di seta rosa mentre muoveva il bicchiere e, senza sapere in che modo, ne sostenevo uno anche io nella mano destra – il sapore amaro del gin sulle labbra secche. Nello stesso momento lei si chinò verso le scarpe umide, raccogliendo tra le mani anche una di quelle foglie che si muovevano con la corrente, sempre indifferenti, sempre le stesse. Ne prese una in mano – e io il mio bicchiere di gin – contemplandola. Alla fine ci ero riuscito: lì avevo raccolto tutte le mie paure. Sono sicuro che ha visto i ragni nel mio sangue, l’episodio della nonna, i miei giochi davanti allo specchio, Bogart stesso: nell’acqua di quella foglia di quercia minuscola, rossa e arricciata su se stessa c’era tutto. Come nel ghiaccio nel mio bicchiere, come nel sapore del mio gin, che guardavo assorto davanti a lei – e non indossava i suoi enormi occhiali a tartaruga. Là dentro, tra il ghiaccio, c’era tutto: suo marito, suo padre con una paura ancora più lontana e oscura, il futuro vago in una casa di fronte alla spiaggia (dove forse un uomo addormentato si stiracchia, ancora con la sabbia negli occhi). Riuscivo a vedere tutto. Era reale.

Però si trattò solo di un istante. Lei aveva di nuovo il colore di giada al suo posto e io l’addome marrone dei ragni africani.

Ci guardammo in faccia, sulle labbra, sulla fronte, però non negli occhi. Rimuginammo per qualche minuto sul ronzio della stanza, entrambi consapevoli in modo confuso di quello che era successo.

«Signore, si ricordi che se lei perde la sua paura, perde anche il lavoro. Ci interessa che lei lavori conservando la sua paura, per questo AGL Entreprise è disposta ad assumerla» disse.

Acconsentii, il mio Bogart ormai messo del tutto da parte, tra il fumo di un’altra sigaretta, gli occhi piccoli, irritati per via del tabacco, inaccessibili.

«Una sola condizione: lasciatemi rompere tutto quando ne ho bisogno» risposi mentre mi dicevo che i tempi erano cambiati, che non esistevano più lavori da contabile.

 

Traduzione dallo spagnolo di Arianna Pagano, revisione di Ilaria Stoppa

 

Pablo Matilla (@MatillaPablo) / XPablo Matilla (Mieres, 1986) è un professore della Scuola di Scrittura dell’Ateneu Barcelonès. Con il suo primo libro La sabiduría de quebrar huesos (2017) si è classificato tra i finalisti sia del Premio Setenil per il miglior libro di racconti pubblicato in Spagna sia del Premio Tigre Juan, dedicato a dare visibilità a opere di indiscutibile potenza letteraria. Nel 2023 publicó il romanzo Barrancos. La sabiduría de quebrar huesos è una raccolta di racconti dove fantasia e realtà si mescolano, si confondono, si danno la mano. Un invito a osservare le nostre paure ancestrali.

 

Nata e cresciuta in un paesino delle campagne torinesi, Arianna Pagano studia “Scienze della Mediazione Linguistica” all’Università degli Studi di Torino. Affascinata da lingue e culture diverse, vive prima un anno e mezzo a Tenerife e poi sei mesi in Germania. Torna in Italia con una certezza: il desiderio di fare della traduzione la propria professione. Nel giro di qualche anno diventa così traduttrice freelance con specializzazione tecnico-scientifica da inglese e tedesco, mentre predilige lo spagnolo in ambito editoriale. Adora il giardinaggio e lo sport e non ha ancora capito se preferisce la logica del tedesco, la musicalità dello spagnolo o il fascino dell’inglese.

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