Il dio dei boschi, Liz Moore
Editore: NN Editore
“Questo libro è per chi affida un desiderio inconfessato a una stella cadente, per chi ha amato Dio di illusioni di Donna Tartt, per chi durante una tempesta ha trovato rifugio tra i rami di un abete, e per chi ricorda con affetto quel momento della vita che è come prendere fiato prima di parlare: un’ultima, dolce pausa prima di rivelare al mondo la propria natura”.
Dopo mesi faticosi trascorsi a tentare di leggere le novità del momento, scontrandomi con la soglia di attenzione di un criceto (chiedo scusa ai diretti interessati, che forse hanno una capacità di concentrazione più alta della mia), ho finalmente trovato il libro che ha sbloccato questo stallo.
A volte il problema era proprio la concentrazione, altre volte il tono della storia, che risultava ancora più cupo rispetto al clima già pesante delle notizie quotidiane, altre volte ancora la causa era la traduzione italiana. Non so se sia un’impressione condivisa, ma nell’ultimo periodo in editoria, come in molti altri ambiti, mi sembra prevalga la ricerca della velocità e della quantità a discapito della cura del testo. Mi è capitato spesso di interrompere una lettura perché non capivo il senso di alcune frasi, perché risultavano poco fluide in italiano o per via di evidenti false friends tradotti in modo improprio. Oggi vorrei, quindi, consigliarvi il titolo che mi ha fatto superare questo blocco. Avete presente quei libri che si vorrebbero avere sempre a portata di mano per proseguire la lettura a ogni occasione disponibile? Ecco, per me è stato proprio così.
Prima di partire, qualche informazione di contesto: Il dio dei boschi di Liz Moore è stato pubblicato nel 2024 da NNE Editore, casa editrice milanese fondata nel 2015 che organizza il proprio catalogo non nelle consuete collane, ma in Stagioni, Trilogie e Serie incentrate su un tema specifico legato alla ricerca d’identità.
La traduzione è stata affidata ad Ada Arduini, che traduce dal 1998 per case editrici quali Einaudi, Fandango, Fazi, Marcos y Marcos, minimum fax, Mondadori, Neri Pozza, NNE, Rizzoli e Sperling & Kupfer.
Liz Moore, autrice e musicista statunitense, insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Questo è il suo quarto romanzo pubblicato in Italia da NNE.
La vicenda si apre nell’agosto del 1975. Tra i boschi dei monti Adirondack, la tredicenne Barbara Van Laar scompare dal proprio bungalow durante il soggiorno al campo estivo di Camp Emerson. Non si tratta di un’adolescente qualsiasi, ma dell’erede della famiglia proprietaria della tenuta e delle terre circostanti. L’episodio sconvolge i suoi cari e le persone del posto, soprattutto perché riapre una ferita mai rimarginata: anni prima, nello stesso luogo, era svanito nel nulla il fratello maggiore, Bear, mai più ritrovato.
La narrazione si muove tra gli anni Cinquanta, Sessanta e il 1975, anno in cui Barbara scompare, portando alla luce segreti e reticenze che legano il passato al presente. All’inizio non è semplice tenere a mente tutti i personaggi e seguire questi salti temporali, ma dopo aver preso il ritmo ho divorato il libro in meno di una settimana.
È un thriller corale, che unisce il ritmo incalzante dei gialli con il dramma familiare e un’analisi sui privilegi, il patriarcato e le dinamiche familiari. Più che l’indagine in sé, il vero motore della storia è, infatti, la frattura tra l’élite dei Van Laar e la comunità locale dei lavoratori, spesso vittima del gioco di potere dei ricchi. Anche i personaggi femminili hanno un ruolo importante, a partire da Louise Donnadieu, giovane investigatrice costretta ad affermarsi in un ambiente professionale maschilista, e dalla madre di Barbara, intrappolata nei vincoli dell’epoca e della sua classe sociale.
“Se entrambe le tecniche fallivano, concluse TJ, la cosa più importante era non farsi cogliere dal panico.
Alla fine domandò se qualcuno conosceva l’origine della parola.
«Quale parola?» chiese qualcuno dei ragazzi.
«Panico» rispose TJ. Ma nessuno alzò la mano.
Lei spiegò che veniva dal nome del dio greco Pan, il dio dei boschi. Gli piaceva fare degli scherzi alle persone, confonderle e disorientarle fino a quando non perdevano i punti di riferimento e la testa.
Farsi cogliere dal panico, spiegò TJ, significava farsi nemica la foresta. Restare calmi voleva dire farsela amica”.
Anche la figura del bosco è centrale. Se nei romanzi di formazione rappresenta spesso la soglia simbolica del passaggio all’età adulta, qui agisce da presenza costante, a volte indecifrabile, oltre che da teatro dello scontro tra chi quella terra la possiede per diritto ereditario e chi la vive quotidianamente per lavoro. Nel testo si cita Pan, il dio greco dei boschi, che si divertiva a disorientare e confondere le persone. Ho avuto l’impressione che questa foresta sempre presente si riflettesse anche nella narrazione: mentre leggiamo siamo spesso disorientati e quello che credevamo di aver capito all’inizio si rivela molto lontano da ciò che è in realtà accaduto.
Il bosco, poi, richiama da sempre il mistero. In questo caso c’è la vicenda dei due fratelli spariti in tempi diversi (soprattutto la prima scomparsa, ridotta a un tabù di cui è vietato parlare), ma ci sono anche strane apparizioni tra gli alberi. Eppure, la cosa più misteriosa per chi viene da fuori resta la natura in sé: appare quasi inconcepibile vedere come chi ci vive la capisca nel profondo, muovendosi a proprio agio e sentendosi a casa in un luogo apparentemente così inospitale.
Mi è piaciuto molto, quindi, come emerge la conoscenza profonda della natura da parte di chi la vive in modo diretto, ovvero i lavoratori del posto, a differenza dei Van Laar che ne sono completamente distaccati. Un’eccezione è proprio Barbara, la ragazza scomparsa: etichettata come un’adolescente ribelle e difficile solo perché non si riconosce nei privilegi e nelle dinamiche soffocanti della sua famiglia, con il bosco invece va a nozze. La natura per lei non è una minaccia, ma un’alleata e un rifugio.
Soprattutto in questi anni in cui si parla spesso dell’importanza di riconnettersi alla natura e di passarci più tempo, ho trovato bello vederla raccontata come un modo di vivere autentico, spontaneo e rispettoso. Per alcune persone è la cosa più naturale del mondo.
“Eccola: Barbara Van Laar, forte, schiena dritta. Padrona del proprio corpo, padrona di quei boschi. In lei c’è qualcosa di immortale pensa: è uno spirito, un’apparizione, più divinità che ragazzina”.
La traduzione di Ada Arduini riesce a restituire lo stile limpido e magnetico di Moore. Ho davvero apprezzato la scelta dell’editore di inserire a chiusura del testo una nota della traduttrice. In un mondo in cui ancora si tende a trascurare il ruolo di chi traduce, dedicare questo spazio di visibilità rappresenta, secondo me, un segnale prezioso. Nella nota, Arduini riflette sul rapporto che unisce chi scrive e chi traduce, ripercorrendo la sua esperienza con Moore, di cui ha tradotto l’intera produzione per NNE.
Sperando che questo libro vi catturi come ha fatto con me, mi riallaccio a quello che dicevo prima e vi lascio con una domanda (anzi, due). Anche a voi capita, a volte, di fare fatica con le traduzioni italiane? Preferite leggere in lingua originale, se la conoscete? Vi leggo volentieri nei commenti!
