«Contro Dio nessuna vendetta», Paul Brito

Oggi pubblichiamo con piacere «Contro Dio nessuna vendetta», un racconto dello scrittore colombiano Paul Brito inserito della raccolta Restos orgánicos de un mundo anterior, pubblicata da Seix Barral. La traduzione dallo spagnolo è a cura di Chiara Muzzi, che ringraziamo per avercela inviata e per aver acconsentito a pubblicarla sul nostro blog su gentile concessione dell’autore.
Se anche voi avete una recensione, una proposta di traduzione o un articolo a tema che vi piacerebbe condividere, vi invitiamo a contattarci via mail (info@parolemigranti.it) e insieme valuteremo come poter pubblicare il contenuto. Aspettiamo i vostri messaggi e buona lettura!

 

«Contro Dio nessuna vendetta», Paul Brito

 

L’infelicità somiglia spesso a un lungo romanzo.
La felicità è molto più simile a una foto.
John Berger

 

Per molto tempo i miei nonni nutrirono il sogno di venire in Colombia per rivedere il figlio e conoscere i nipoti. Dalle Canarie, dove vivevano, avrebbero preso la nave, perché per mio nonno Gregorio gli aerei erano un’aberrazione. Risparmiarono per anni, ma quando la partenza era ormai vicina mio nonno si ammalò e morì.
Mio padre, il Canario, si era sempre lamentato dei modi da tiranno con cui suo padre lo trattava. Lo faceva sgobbare nella proprietà alla stregua dei suoi lavoratori a giornata, gli proibiva di giocare a calcio e voleva che studiasse veterinaria. Senza nemmeno aver compiuto diciott’anni e senza dire niente a suo padre, il Canario salì su una nave diretta in Venezuela, dove vivevano alcuni familiari. I quasi trent’anni trascorsi, le lettere che mia madre scriveva a sua suocera e le foto dei nipoti, tutto era servito ad ammansire il nonno.
Alla sua morte, nonna Maruca ci scrisse una lettera colma di dolore in cui ci raccontava gli ultimi giorni di suo marito, tutte le volte che aveva nominato il figlio lontano e i nipoti mai conosciuti, e il senso di impotenza che aveva provato quando lo aveva visto morire prima che il sogno di andare in America e conoscere i nipoti si avverasse. La lettera era scritta su una cartolina che conservo ancora e che raffigura La Palma, con il suo litorale verde e la sabbia scura.
Nella lettera nonna Maruca pregava il Signore che la mantenesse in salute per poterci vedere di persona, “vediamo se Dio vuole —scriveva con amara ironia—, dato che il vostro povero nonno non ha avuto questa fortuna”. Poi affermava di accettare la volontà di Dio, ma lo faceva in un modo che non ho mai dimenticato e che, invece della rassegnazione, irradiava un forte risentimento, una profonda ribellione: “Ma Dio ha voluto così e contro Dio non ci si può vendicare”.
Ho il sospetto che nonna Maruca, tanto piccola e tranquilla, fosse in costante ribellione interiore contro l’autorità, da quella del suo defunto marito Gregorio a quella del Generalissimo Franco o di Dio. Forse per questo, poco prima che scoppiasse la Guerra Civile Spagnola, chiamò uno dei suoi figli Lenin, proprio quando l’anagrafe vietava l’iscrizione dei neonati con un nome così comunista e i preti si rifiutavano di benedirli con l’acqua santa.
All’inizio dello stesso paragrafo c’è un’altra frase che rivela la sua protesta impotente e velata: “Se si potesse aggiustare il mondo tutti lo farebbero, ma non si può”. Ora rimaneva a lei il compito triste e felice insieme di recarsi da sola in America e realizzare il sogno che era stato anche quello di suo marito, aggiustando almeno il suo, di mondo.
Nel marzo del 1984 raggiunse Tenerife su una lancia, da lì prese un volo per Caracas. Sua sorella Nina, che viveva in Venezuela, la accompagnò nel lungo viaggio via terra fino a Barranquilla.
Mio padre diceva a tutti che sua madre stava percorrendo migliaia di chilometri per incontrarlo. Faceva calcoli in continuazione per sapere dove si trovavano. Dato che gli piaceva molto la geografia, guardava la cartina e pronunciava nomi di città e paesi dove si sarebbero dovute trovare in quel momento. Nel frattempo io e mia sorella guardavamo l’album con le fotografie e le cartoline che i nonni ci avevano mandato negli anni, fin da prima che nascessimo. Le conoscevamo a memoria: i nomi dei cugini e degli zii, i luoghi che raffiguravano, il colore del mare e il cielo delle Canarie. Nonna Maruca aveva la pelle lattiginosa, gli occhi azzurri, i capelli bianchi e arruffati e un’espressione assente. Nonno Gregorio era alto, serio, con le braccia lunghe, gli occhi color caffè e la pelle abbronzata.
Da quando ho memoria ricordo mio padre promettere che ci avrebbe portati a vivere alle Canarie. La sua nostalgia aveva abbellito la sua terra natale al punto che la mia immaginazione l’aveva trasformata in un paradiso da cui ero stato cacciato prima di nascere. Mio padre ci parlava così tanto delle ceneri del vulcano Teneguía e dell’aroma medicinale dei tigli che ci sembrava di essere già stati lì.
Il viaggio da Caracas a Barranquilla durava venti ore. Io, mio padre e mia sorella contavamo il tempo all’arrivo. Aníbal, un amico di mio padre, ci portò in auto alla stazione dei pullman. Ricordo che era una Ford sgangherata del ’64. Mia madre era rimasta a casa per lasciare posto in auto a nonna Maruca e a sua sorella. Quando arrivammo alla stazione non le trovammo e un tizio ci disse che le due anziane avevano preso un taxi. Sulla strada del ritorno mio padre era nervoso, imbarazzato. Fu un viaggio interminabile.
Riconoscemmo da lontano la vecchietta delle foto. Era vestita a lutto, come se si trovasse ancora nella placida desolazione degli album di fotografie. Nonna Maruca era circondata dai miei parenti materni, che le indicarono l’auto. Cercò di individuare suo figlio e i suoi nipoti facendo visiera con la mano. Mio padre scese dall’auto e corse verso di lei come un bambino. Anche lei corse verso di lui come una fanciulla. Restarono abbracciati per molto tempo. Piangevano, si baciavano, si accarezzavano. Io e mia sorella ci unimmo all’abbraccio. Nonna Maruca ci baciava in fronte pronunciando parole che ho dimenticato, ma mi piace pensare che il suo alito fosse carico dell’aroma medicinale dei tigli delle Canarie.
La vidi ridere per la prima volta, dato che in tutte le fotografie mostrava solo un accenno di sorriso. In quel momento i suoi occhi azzurri erano diventati cristallini. Ci circondò con le sue enormi braccia sottili. Anche il Canario sorrideva come non aveva mai fatto. Era come se in qualche modo nonna Maruca si fosse riconciliata con il Dio ingiusto contro cui aveva voluto vendicarsi. E come se mio padre avesse fatto pace con quel Signore del Paradiso che aveva cacciato lui e tutti i suoi discendenti.

 

Traduzione dallo spagnolo di Chiara Muzzi.

La pubblicazione del racconto è stata concessa e approvata dall’autore.

 

 

Paul Brito (Barranquilla) ha pubblicato sei libri, tutti di diverso genere ma uniti da una stessa idea di fondo che lui chiama Teoría de la continuidad. I più recenti sono La vida no es un ensayo (Luna Libros, 2022) e Restos orgánicos de un mundo anterior (Seix Barral, 2020). In passato giornalista, attualmente è professore e editor.

Chiara Muzzi ha tradotto Salone di bellezza di Mario Bellatin (La Nuova Frontiera, 2011), Morire di memoria di Emiliano Monge (La Nuova Frontiera, 2011), Missing di Alberto Fuguet (La Nuova Frontiera, 2012), L’area 18 di Roberto Fontanarrosa (66th and 2nd, 2014) e Ornamento di Juan Cárdenas (Edizioni SUR, 2018). Docente di lingua e letteratura spagnola, traduce per passione.

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