Non sono “solo parole”

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La domanda selezionata per febbraio riguardava il linguaggio inclusivo – se non volete perdervi le prossime puntate potete iscrivervi alla newsletter in fondo alla homepage del nostro sito. In questo articolo non riprenderemo la risposta che abbiamo dato, ma vorremmo, invece, fornirvi una breve introduzione al tema prendendo come riferimento il capitolo dedicato a questo argomento inserito nella nostra nuova bussola, l’ebook che abbiamo creato per chi vuole iniziare a muovere i primi passi nel mondo dell’editoria e della traduzione letteraria.

Cosa si intende per scrittura non discriminatoria e rappresentativa? Quando parliamo di linguaggio ampio intendiamo un modo di scrivere che rispetta la parità di genere, si oppone ai pregiudizi e agli stereotipi ed evita qualsiasi forma di discriminazione ricercando la neutralità. Lo scopo della scrittura inclusiva è quello di adottare nella nostra comunicazione scritta e parlata una serie di accorgimenti per porsi in una posizione di maggiore apertura e non escludere varie categorie di soggetti attraverso parole o frasi che potrebbero risultare offensive  o semplicemente non rappresentative di una realtà sociale fluida in concreta evoluzione.

Quando si cerca di adottare una forma di comunicazione inclusiva, ci si sente spesso rispondere che “sono solo parole”. Le parole, però, non sono mai “solo parole”, definiscono concetti e identità, costruiscono narrazioni e veicolano messaggi importanti. Il linguaggio è in grado di influenzare la nostra mente, e le differenze grammaticali e lessicali tra le lingue rivelano un modo diverso di percepire la realtà.

Negli ultimi anni, in vari Paesi del mondo, possiamo dire di aver assistito a una maggiore sensibilità sul tema e una ricerca sempre più attenta – e ancora in via di sviluppo – sui modi migliori per esprimersi in modo rappresentativo e non discriminatorio. L’italiano, a differenza di altre lingue, non ha, però, un genere neutro; scrittura e comunicazione inclusiva nella nostra lingua sono ancora in fase di sperimentazione, e non esistono al momento regole standard condivise. Per convenzione grammaticale, il maschile può agire come una sorta di “neutro”, ma questo uso sovraesteso oggi è considerato poco inclusivo, perché esclude il genere femminile. Allo stesso modo, l’utilizzo di solo maschile e femminile per riferirsi alla totalità non tiene conto delle persone non binarie.

Alcune delle tecniche più diffuse quando si parla di linguaggio inclusivo in italiano prevedono l’utilizzo di troncamenti come asterischi e chiocciole a fine parola, l’uso di barre o altre desinenze (come -u e -y) e dello schwa (ə). Nonostante l’avversione iniziale e le disparità dell’opinione pubblica, lo schwa è comunque la desinenza neutra che ha avuto una maggiore standardizzazione. Basti pensare al caso della casa editrice effequ, che è stata la prima a utilizzare lo schwa nella traduzione del saggio Feminismo em comum: Para todas, todes e todos di Márcia Tiburi, 2018 (traduzione di Eloisa Del Giudice, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, 2020). Queste soluzioni però non sono definitive e riconosciute, presentano ancora molti limiti che le rendono di difficile lettura, pronuncia o comprensione. L’approccio più semplice che chiunque può già iniziare a adottare parte dall’uso della lingua in modo creativo. Si possono riformulare le frasi, magari preferendo costruzioni impersonali e passive, creare perifrasi, e usare sinonimi che non implichino l’utilizzo del maschile sovraesteso.

Molte persone rimangono scettiche e portano avanti critiche fondate e su cui vale la pena riflettere. Ci è capitato di recente di parlare con una linguista che ci faceva notare come nel corso dei secoli le modifiche alla lingua sono sempre partite dal parlato e poi arrivate alla lingua scritta, al contrario di ciò che sta accadendo ora. Noi non abbiamo risposte certe e non ci riteniamo esperte in materia, siamo curiose di scoprire come evolverà il dibattito e vedere se arriveremo a una proposta condivisa. Nell’attesa possiamo solo ascoltare con orecchio attento e cercare, dove riusciamo, di sperimentare e continuare a formarci, con la consapevolezza che la lingua è un magma dinamico che muta e riflette i cambiamenti storici, sociali e culturali. Oggi usiamo parole che secoli (o decenni) fa non esistevano e, allo stesso tempo, smettiamo di usare le parole che non ci servono più. È come se ci fossero due poli opposti attorno ai quali orbita il linguaggio: da un lato il rinnovamento costante, dall’altro la standardizzazione e la necessità di stabilire delle regole. Oggi ci sono tutti i presupposti per spingere la lingua verso nuovi orizzonti, il cambiamento sociale è sotto i nostri occhi e la necessità di una lingua inclusiva è emersa a tutti gli effetti.

Se questa breve introduzione vi ha incuriosito, potete leggere il capitolo che abbiamo dedicato al tema sul nostro ebook, La nuova bussola. Lì troverete diversi libri e contenuti online che possono aiutarvi ad approfondire l’argomento. Vi consigliamo poi di leggere i testi della sociolinguista Vera Gheno e la guida molto completa e precisa stilata dal traduttore Ruben Vitiello.

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