Baba, Mohamed Maalel

Editore: Accento Edizioni

 

“Nessun padre può davvero anticipare il futuro di un figlio, soprattutto quando decide in anticipo che sarà un futuro felice”.

Sono passati diversi mesi dal nostro ultimo consiglio di lettura sul blog, vi siamo mancate? Oggi torniamo con un nuovo libro, ma, novità, non si tratta di una traduzione! La lista dei titoli che vorremmo leggere si fa sempre più lunga e non neghiamo che tra impegni lavorativi e personali il tempo da dedicare alla lettura è stato un po’ limitato nell’ultimo periodo. Durante le vacanze natalizie abbiamo quindi deciso di rimediare e recuperare un po’ di titoli che volevamo leggere da tempo. Tra i vari volumi, io, Elisa, ho scelto di presentarvi Baba, scritto da Mohamed Maalel e pubblicato dalla casa editrice Accento Edizioni. Era da mesi che il mio libraio di fiducia, Filippo, me lo consigliava e mi chiedeva se finalmente fossi riuscita a leggerlo. Ora posso dire di aver capito l’insistenza e spero che con quest’articolo qualche persona in più possa lasciarsi toccare e trasportare da questa storia.

Accento, fondata da Alessandro Cattelan e Matteo B. Bianchi, è nata a Milano nel 2022, e la collana Accento Acuto, di cui Baba fa parte, pubblica giovani esordienti italiani. Mohamed Maalel (Andria, 1993), autore del romanzo, ha origini italotunisine, scrive per il Giornale di Sicilia ed è stato uno degli analisti del programma Rai Tv Talk.

Baba racconta la storia di Ahmed e della sua famiglia italotunisina in un percorso a ritroso nei ricordi di Ahmed bambino e ragazzo e nell’evoluzione del suo rapporto con il padre. Un viaggio a tratti doloroso, tra ricette speziate, caffè, couscous, episodi violenti, vacanze in Tunisia, tentativi di imparare l’arabo e di accettare la propria omosessualità. L’autore ha definito il suo romanzo d’esordio un autofiction: le similitudini con il protagonista sono, in effetti, numerose – dal nome alle origini comuni, dalle vicende familiari ai luoghi in cui autore e protagonista del romanzo hanno vissuto.

Mentre leggiamo ci accorgiamo dei tanti spunti di riflessione che vengono lanciati. I temi toccati sono molteplici: si parla della relazione conflittuale con la propria famiglia e con un padre violento; del rapporto difficile con la propria sessualità, reso più complesso dall’educazione (anche religiosa) ricevuta; e, infine, dell’appartenenza a due mondi differenti nei quali non ci si riconosce fino in fondo e il sentimento di spaesamento che ne deriva. È difficile rendere giustizia alla delicatezza con cui Maalel ci racconta la sua vita in una breve recensione. Dato che ci occupiamo di traduzione, vorrei, perciò, soffermarmi sul sentimento di appartenenza a una lingua e a una specifica cultura, che abbiamo da poco affrontato in un’altra, recente occasione.

Se avete letto l’ultimo numero della nostra rivista Intrecci ricorderete che nell’intervista alla scrittrice cilena Claudia Apablaza si parla proprio di questo tema. L’autrice spiega che una delle idee fondamentali del suo ultimo libro Storia della mia lingua (Edicola Ediciones, 2023) – anche in questo caso un autofiction – “è proprio questo scontro linguistico e culturale che avviene tra i Paesi e gli spagnoli latinoamericani e lo spagnolo e la cultura spagnola di Spagna. Non si tratta solo di una questione linguistica, sono molte le implicazioni storiche e culturali”.

“Le persone latinoamericane che vivono in Spagna si trovano a dover tradurre costantemente la propria lingua in un processo di continua modifica e standardizzazione. Non soltanto sono diverse le parole, ma ci sono molti livelli in cui avviene questa standardizzazione: l’intonazione, la velocità del parlato, la scelta dei vocaboli, in generale tutto il modo di parlare cambia per essere compresi in Spagna. Non saprei dirti quanti spagnoli esistano esattamente, di sicuro ce n’è uno per ogni Paese latinoamericano, ma poi ogni paese ha le sue varianti interne. Lo spagnolo cambia a seconda del processo di colonizzazione, perché si è svolto in momenti diversi e ha coinvolto culture e Paesi differenti. L’America Latina è piena di queste differenze e sfumature, ma noi latinoamericani siamo abituati a comprenderci, la diversità è familiare, ci viene spontaneo cercare di capirci. Mentre in Spagna ho la sensazione che non vogliano capirci, non si sforzino di farlo. Ci viene imposto di modificare la lingua per renderla più simile allo spagnolo parlato in Europa”.

Nel dialogo – a cui partecipano anche la traduttrice Marta Rota Núñez e i fondatori di Edicola Ediciones, Paolo Primavera e Alice Rifelli – si torna spesso sull’importanza che la lingua svolge nel sentirsi parte di un Paese e nel forgiare la nostra identità, sin dall’infanzia. Come ci ha raccontato l’autrice stessa: “Sentirsi stranieri nella propria lingua ha conseguenze nei rapporti sociali, affettivi e professionali”.

Per tornare a Baba, nel rapporto conflittuale con il padre – e la lingua e cultura che rappresenta – Ahmed cerca e riscopre la propria identità, anche sessuale e culturale. Si definisce “nato già grande”, “con delle responsabilità che un neonato non dovrebbe affrontare”, prima fra tutte quella di portare un nome sacro e importante, sinonimo di Muhammad, profeta dell’Islam. Un nome che non piace alla parte italiana della famiglia, che decide, su iniziativa della nonna, di chiamarlo Moemi.

“Così, appena nato avevo già due nomi e nessuno, ovviamente, scelto da me. Il nome è una bussola: ti ricorda di non perdere mai la strada. Ma come ritrovarla quando i nomi sono due, e uno neanche esiste?”.

Per il protagonista di Baba, dunque, la ricerca o, meglio, la scoperta e l’accettazione della propria identità passa attraverso l’uso della lingua e dell’attività di scrittura. Proprio grazie a quest’ultima Ahmed articola e riscopre i rapporti con le persone a lui vicine. Da bambino scrive lettere per dimostrare affetto alla madre e si interroga sul perché non riesca a fare lo stesso con il padre, se ne vergogna e le tiene nascoste. La scrittura è il modo che ha per dar voce ai suoi pensieri e analizzare ciò che accade. Un testo scritto dallo zio quando era bambino gli permette di capire il risentimento provato verso il nonno e di dare un senso alla rabbia del padre, frutto di un passato trascorso nella violenza. Il romanzo stesso è, dopotutto, la lettera d’amore che non era ancora riuscito a scrivere suo padre.

“La lingua di mio padre in casa era sempre stata un azzardo: un po’ di arabo, un po’ di italiano e qualche parola dal dialetto pugliese. In famiglia le lingue convivevano tacitamente: non era raro sentire mia madre parlare in pugliese e mio padre rispondere in arabo. […] Io rimanevo l’unico a non ritenere mio né il tunisino né il pugliese, e per questo motivo, a partire dai cinque anni, avevo iniziato a creare un vocabolario dell’immaginazione. Inventavo parole, lo facevo di notte nel letto, mentre abbracciavo Bubu. Erano parole che non avevano nessun senso, ma uscivano spontanee dalla mia bocca. […] L’accordo linguistico della mia famiglia girava però su una parola in particolare. Moemi, un nome e il suo referente. Nessuno, se non in presenza diretta di mio padre, mi chiamava Ahmed, e Moemi si trasformò presto in Moè. Mio padre brontolava in silenzio. Ci era passato anche lui. Lo chiamavano Martino perché Taoufik suonava troppo strano. Io e mio padre, Moemi e Martino, vivevamo la stessa condizione di identità profughe. Era nella nostra diversità che ritrovammo le nostre somiglianze”.

Per quanto sia difficile crescere con un’identità plurale e multiculturale, da adulto Ahmed ci insegna che è possibile perdonare e fare pace con il proprio vissuto. Le diverse esperienze e tradizioni che lo hanno accompagnato nella crescita vengono accolte e plasmate; non sono più motivo di conflitto, ma diventano un punto di forza per imparare a conoscere e capire se stesso.

Mi ero limitato a crescere secondo i parametri della famiglia che consideravo giusta, quella italiana. Comprendevo, con un ritardo che accelerava le distanze, che la famiglia è tutto ciò che più si allontana dall’idealizzazione. Ho costruito un’immagine familiare conveniente a certi standard qualitativi, lasciando da parte i difetti di fabbricazione. Ma una famiglia è spesso composta da singoli difetti che unendosi provocano un cortocircuito inarrestabile, in cui ogni filo scomposto è parte di un insieme che se fallisce lo fa senza mai separarsi. Avevo due famiglie: era arrivato il tempo di un racconto a più identità”.

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