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Traduzioni di stile

Sabato 26 settembre abbiamo inaugurato la stagione autunnale dei nostri corsi con Traduzione di stile, un webinar di traduzione letteraria e scrittura creativa. Con i nostri bravissimi partecipanti abbiamo tradotto e riscritto la prima parte del racconto «Hills Like White Elephants» di Ernest Hemingway. Ecco il risultato finale.

TRADUZIONE COLLABORATIVA 

Le colline oltre la valle dell’Ebro erano lunghe e bianche. Da questo lato non c’erano né ombra, né alberi e la stazione si trovava tra due linee di binari sotto il sole. Contro il lato della stazione c’era l’ombra tiepida dell’edificio e una tenda di perline di bambù appesa alla porta aperta del bar per tenere fuori le mosche. L’americano e la ragazza sedevano a un tavolino in ombra, fuori dall’edificio. Faceva molto caldo e l’espresso da Barcellona sarebbe arrivato fra quaranta minuti. Si fermava in questo nodo ferroviario per due minuti e proseguiva per Madrid.
«Cosa prendiamo?» chiese la ragazza. Si era tolta il cappello e l’aveva messo sul tavolo.
«Fa davvero caldo» disse l’uomo».
«Prendiamoci una birra».
«Dos cervezas» disse l’uomo verso la tenda.
«Grandi?» chiese una donna dalla soglia.
«Sì. Due grandi».
La donna portò due boccali di birra e due sottobicchieri di feltro. Mise i sottobicchieri di feltro e i bicchieri di birra sul tavolo e guardò l’uomo e la ragazza. La ragazza guardava verso il profilo lontano delle colline. Erano bianche sotto il sole e la campagna era bruna e arsa.
«Sembrano elefanti bianchi» disse lei.
«Non ne ho mai visti» l’uomo beveva la birra.
«No, non avresti potuto».
«Sì, invece» disse l’uomo. «Il fatto che tu dica il contrario non prova nulla».
La ragazza guardò la tenda di perline. «C’hanno dipinto sopra qualcosa» disse. «Che cos’è?».
«Anis del Toro. È un liquore».
«Lo proviamo?».
L’uomo gridò: «Senta» attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.
«Quattro reales».
«Due Anis del Toro per favore».
«Con l’acqua?».«Lo vuoi con l’acqua?».
«Non lo so» disse la ragazza. «È buono con l’acqua?».
«Non è male».
«Li volete con l’acqua?» chiese la donna.
«Sì, con l’acqua».
«Sa di liquirizia» disse la ragazza e mise giù il bicchiere.
«Come ogni cosa»
«Sì» disse la ragazza. «Ogni cosa sa di liquirizia. Soprattutto le cose che hai aspettato a lungo, come l’assenzio».
«Oh, dacci un taglio».
«Hai cominciato tu» disse la ragazza. «Io mi stavo divertendo. Stavo proprio bene».
«Be’, proviamo a stare bene allora».
«D’accordo. Io ci stavo provando. Ho detto che le montagne sembrano elefanti bianchi. Non era bella questa?».
«Era bella, sì».
«Volevo provare questo nuovo liquore. Non facciamo altro, no? Guardarci attorno e provare nuovi liquori».
«Penso di sì».
La ragazza guardò oltre le colline.

Traduzione a cura di Martina Celleghin, Francesco Conte, Martina Ferraina, Susanna Luppi, Debora Micheloni, Giorgia Stefana, Ruben Vitiello, Marianna Zilio


RISCRITTURA 1 – STILE AMPOLLOSO

Scorrea azzurro il fiume Ebro in una valle tra i clivi che si innalzano sinuosi e nivei. Da codesta parte non vi era alcun riparo ombroso, né spuntavano arbori e il sito di transito dei carri meccanici sorge tra due sottili linee ferrose ove il sol ardea impavido. L’ombra tiepida adiacente al bastimento offriva refrigerio agli accaldati viandanti che soggiornavano all’esterno della locanda preservata dall’arrivo dei fetidi ditteri ronzanti grazie all’ausilio di uno speciale drappo imperlato di pregiato legno levantino. Il messere dalle Americhe e la giovine in la di lui compagnia sedeano a un piccolo mobilio in un anfratto oscuro, fora dal bastimento. L’aere era rovente e il rapido carro proveniente dal principale porto catalano era atteso nell’intervallo di tempo che il sole impiega a compiere poco meno di un angolo di meridiana. Ivi stazionava brevemente prima di riprendere il suo sferragliante viaggio alla volta della regia capitale ispanica.
«Di cosa ci abbeveriamo?» domandò la giovine. Levata si era il copricapo e l’aveva posato sul ligneo mobilio.
«Codesta canicola mi leva il respiro» interloquì il messere.
«Dissetiamoci pure con del luppolo fermentato»
«Dos cervezas» ordinò il messere in ispanico idioma.
«Sua signoria le gradisce abbondanti?» s’informò una dama sull’uscio.
«Sì, di grazia. Due abbondanti».
La dama menò due boccali del nettare luppolato e due panni in feltro a mo’ di sottocoppa. Posò i panni in feltro e i recipienti di nettare luppolato sul ligneo mobilio e mirò al messere e alla giovine. Lo sguardo di quest’ultima si perdea a contemplar l’irto perimetro dei colli all’orizzonte. Oh, irradiate di luce le colline parean si candide e dominavano la brulla contrada color del rame.
«Hanno le sembianze di nivei pachidermi» disse lei.
«Mai ebbi occasion di vederne» il messere sorseggiava il nettare.
«La possibilità era alquanto ridotta».
«Come osi pronunziare codeste parole» disse l’uomo. «Tu lo sostieni, eppur la tua insinuazione non trova certezza e nulla può provare».
E il drappo imperlato destò profonda curiosità nella giovine che laggiù posò il suo assorto sguardo. «Se gli occhi non m’ingannano scorgo vaghe raffigurazioni» esclamò. «Forte è il mio desio di saper, di cosa si tratta?».
«Anis del Toro. Trattasi di un balsamo etilico di esotica origine».
«Gradisce assaggiarne il sapore?»
Con voce di tuono il messere parlò: «Orsù, gentil dama» e il suo richiamo oltrepassò l’imperlato drappo. La dama lo udì ed uscì tosto dalla locanda.
«Quattro monete ispaniche»
«Potrebbe lei soddisfar la nostra brama di gustare due Anis del Toro?».

Riscrittura a cura di Francesco Conte, Martina Celleghin e Marianna Zilio

RISCRITTURA 2 – LIPOGRAMMA IN “A”


«Due vecchie monete del Regno iberico».
«Vorremmo due liquori del posto, con quelle erbe che i greci mettono nell’ouzo».
«Diluiti?».
«Lo vuoi diluito?».
«Non lo so» disse lei «è buono diluito?».
«Sì, è bevibile».
«Li volete diluiti?» chiese l’essere femminile che mesce i drink.
«Sì, diluiti».
«Il gusto è quello di liquerizie» disse lei e mise giù il bicchiere.
«È sempre così».
«Sì» disse lei «il gusto è sempre quello di liquerizie, specie con le cose che desideri per lungo tempo come il liquore dei bohemien».
«Oh, chiudi il becco».
«Sei tu che cominci sempre» disse lei «io mi divertivo, ero proprio felice».
«Be’, dovremmo essere felici tutti e due».
«Bene. Io ci provo. Ho detto che i monti sono come bestie nivee con proboscide. Non è intelligente?».
«Intelligente, sì».
«Volevo bere questo nuovo drink. È così che vivono quelli come noi, vero? Seguono le cose con gli occhi e bevono drink».
«Credo di sì».
Lei spostò gli occhi oltre le colline.
«Le colline sono splendide» disse. «In effetti non sono come le bestie nivee con proboscide. Intendevo solo il colore dell’epidermide nel mezzo dei tronchi con foglie».
«Vuoi un secondo giro?».
«Ok».
Il vento tiepido spinse il telo di perline contro il mobile di legno con sedie su cui si mettono gli oggetti e il cibo.
«Il drink di luppolo è buono e fresco» disse l’uomo.
«È ottimo» disse lei.
«Credimi, è un intervento semplicissimo, Jig» disse l’uomo. «In effetti non è nemmeno un intervento».
Lei volse gli occhi verso il suolo, proprio sui piedi del mobile di legno con sedie su cui si mettono gli oggetti e il cibo.
«Sono sicuro che non sentiresti niente, Jig. Non è niente, sul serio. È solo un soffio che spingono dentro».
Lei non disse niente.
«Verrò con te e resterò sempre con te. Spingono dentro questo soffio, poi è tutto come se non fosse successo niente».
«E poi che futuro vedi per noi?».
«Un futuro sereno. Proprio come un tempo».

Riscrittura a cura di Martina Ferraina, Susanna Luppi e Giorgia Stefana

RISCRITTURA 3 – MODERN STYLE 

«E perché, scusa?»
«È l’unico sbatti che c’abbiamo. È l’unica cosa che c’ha mandato in down».
La tipa butta un occhio sulla tenda coi robi di bambù, si stretcha e ne piglia un paio.
«Cioè, dici che poi saremo scialli e non c’avremo più menate?».
«Puoi giurarci, amo. Don’t worry. Conosco un botto di gente che l’han già fatto».
«E io pure» dice lei. «E dopo non c’avevano più menate».
«Vabbè,» dice lui «ma se ti manda in para, non è che lo devi fare. Non ti presso se non ci stai dentro. È una roba super easy».
«E tu ci stai davvero?»
«È top, amo. Ma non ti presso se non ci stai dentro».
«E se lo faccio starai sciallo? Torniamo alla situa di prima e tu mi ami di nuovo?»
«Ma io ti lovvo anche ora. C’ho solo love per te».
«Eh sì, ma se lo faccio sarà di nuovo una figata se dico robe tipo quella degli elefanti bianchi?»
«Sarà una super figata. Oh, è una figata già ora, però non focalizzo. Lo sai come sono quando vado in para».
«E se lo faccio, non andrai in para mai mai mai più?»
«Amo, non andrò mai più in para perché è una cazzata».
«E allora lo faccio. Perché non me ne frega nulla di me».
«Cioè?»
«Non me ne frega nulla di me».
«Amo, a me sì che me ne frega».
«Eh già. Ma chissene. Io lo faccio e poi sarà tutto a posto».
«Non voglio che lo fai se sei in ‘sto mood».
La tipa si alza e cammina fino alla fine della station. Di là, sull’altro lato lungo l’Ebro, ci sono degli alberi e i campi di quella roba che ci si fa la pasta. Più in là, di là dal fiume, ci sono le montagne. L’ombra di una nuvola passa sopra il campo e la tipa vede il fiume tra gli alberi.

Riscrittura a cura di Debora Micheloni e Ruben Vitiello

Cristina, Ilaria, Martina

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