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Fratelli, Ivan Bunin

Editore: Adelphi
Traduzione di Claudia Zonghetti

Tramontando, il sole si trasforma in vento; in cosa si trasforma, invece, chi muore?

Questa anteprima della raccolta Il signore di San Fracisco di Ivan Bunin racchiude due racconti imperdibili. Entrambi parlano d’amore, di morte, di ossessione e di attese. Fratelli è ambientato nella Ceylon britannica, l’attuale Sri Lanka, e ruota attorno a due figure: un giovane tiratore di risciò che ha da poco sostituito il padre defunto al lavoro, e un uomo inglese, il colonizzatore. Il primo, giovane e in forze, in una torrida giornata estiva porta in giro per la città il secondo, un uomo basso e robusto, vestito sempre di bianco. Questi due mondi apparentemente in contrasto si mescolano, le vicende personali dell’uno si alternano a quelle dell’altro. Il giovane deve fare i conti con il tradimento e la perdita della sua promessa sposa, mentre l’uomo bianco si ritrova di fronte alla sua condizione di europeo e colonizzatore, con il peso atroce della guerra che sta distruggendo l’Europa.
Il Figlio, invece, è il racconto di un’ossessione. L’ossessione di un giovane poeta scapestrato, Émile, per la signora Marot, una donna molto più grande di lui, sposata e con due figlie. A seguito della morte della sorella, il giovane torna a Costantina, in Algeria, per assistere al funerale, ed è proprio in questa occasione che comincia a frequentare casa Marot. La donna cerca invano di contrastare le attenzioni compulsive di Émile, ma lui le farà aprire gli occhi, la farà tornare in contatto con la realtà e con la sua vita infelice di donna, di moglie e soprattutto di madre.

Sono pochissime, purtroppo, le opere tradotte in italiano di Ivan Alekseevič Bunin. Già da questi due brevi racconti, tuttavia, emerge appieno lo stile dell’autore, il primo scrittore russo a vincere il Premio Nobel nel 1933. La prima cosa che salta all’occhio, e all’orecchio, leggendo l’incipit di Fratelli, sono le descrizioni: precise, essenziali ma immaginifiche. Il paesaggio viene vivisezionato e descritto nei minimi particolari, e un ruolo fondamentale viene esercitato dalla luce e dai colori, che sono sempre presenti. Il vestito bianco dell’uomo inglese, i corpi color caffè degli uomini che tirano il risciò, le foglie verdi dei banani, gli occhi grigio-azzurri della signora Marot, i caschi militari bianchi, e così via.


La strada che da Colombo costeggia l’oceano attraversa fitte foreste di palme da cocco. A sinistra, nel folto ombroso striato dalla luce del sole, sotto l’alto riparo delle cime a pennacchio sono disseminate le capanne cingalesi, seminascoste dalle grandi foglie verde chiaro dei banani e basse basse in confronto alla foresta tropicale che le circonda. A destra, fra gli anelli scuri dei tronchi alti e sottili che si piegano bizzarri in ogni direzione, si aprono distese di sabbia setosa che si perdono in profondità, e brilla il caldo specchio d’oro dell’acqua, solcato dalle vele rozze di rudimentali piroghe, fragili barchette a forma di sigaro.

Bello è inoltre il modo in cui entrambi i racconti vengono costruiti per contrasto. In Fratelli, il mondo dei colonizzatori si contrappone a quello dei colonizzati; la spiritualità buddista della Ceylon britannica si contrappone a quella cattolica del mondo occidentale; la povertà dei tiratori di risciò si contrappone allo sfarzo degli hotel, dei vestiti e dei banchetti degli inglesi; e ancora il «passo deciso e sicuro che hanno solo gli europei» si contrappone all’incertezza in cui vive la popolazione.
Il colonialismo è presente anche ne Il figlio: siamo a Costantina, in Algeria, una colonia francese. Questa volta il punto di vista è solo quello del colonizzatore, e il contrasto di cui parlavo prima si concretizza nella vita che i protagonisti — in particolare la signora Marot — vorrebbero vivere e la realtà in cui si trovano intrappolati. Quello che accomuna tutti i personaggi, comunque, come nella maggior parte dei romanzi e racconti russi, è senz’altro la tragicità e il tormento esistenziale. Bunin non racconta solo il mondo esterno, ma anche e soprattutto quello interno dei suoi personaggi. E lo fa attraverso due espedienti narrativi molto efficaci: il non detto, di cui Bunin è maestro, e un narratore che entra ed esce dal testo a suo piacimento, mutando così la focalizzazione. Il narratore onnisciente dell’incipit e della prima parte de I fratelli, ad esempio, a un certo punto sembra vacillare ed entrare a gamba tesa nel racconto:


L’uomo del risciò slegò lo spago, lo districò svelto… Anzi no: chi può dire com’erano davvero i suoi gesti? Se la sua mano era ferma o tremava? Se era svelta, decisa, oppure no? E dopo, esitò a lungo, dopo?

Ne Il figlio il non detto di Bunin arriva forse a una delle sue massime espressioni. Il rapporto promiscuo tra Emile e la signora Marot viene raccontato attraverso frasi spezzate, puntini di sospensione e allusioni.


«Mi conceda un istante, la prego…».

Lei si alzò e lo seguì in una sala vuota e semibuia. Lui andò alla finestra, da cui, fra le persiane, la luce della sera filtrava in strisce longitudinali, e fissandola dritto negli occhi le disse: «No, è amore, il mio».

Lei fece per andarsene. Spaventato, lui si affrettò ad aggiungere: «Mi perdoni, sarà la prima e l’ultima volta!». E davvero la signora Marot non ebbe a sentire altre dichiarazioni.

La traduzione di questi due racconti è di Claudia Zonghetti, e ormai avrete capito che, per me, è una garanzia. Mi ha colpito molto il modo in cui sono state rese tutte le sfumature della scrittura di Bunin: una sintassi elegante, costruita con un periodare lungo e prevalentemente paratattico. In particolare, Fratelli l’ho trovato impeccabile, dalle descrizioni ai dialoghi, che sono, forse, tra le cose più difficili da rendere quando si traduce. In alcuni punti della traduzione si trova un corpo sonoro che in originale non era presente, tuttavia questa scelta non contrasta il ritmo incalzante della narrazione, anzi, restituisce quel colore e quella vivacità che in russo sono sempre presenti e che in traduzione, per forza di cose, ogni tanto si perdono.

На другой день соседи отнесли мертвого старичка в глубину леса, положили в яму, головой на запад, к океану, торопливо, но стараясь не шуметь, забросали землей, листьями и торопливо пошли омываться.

Il giorno seguente i vicini portarono il vecchio defunto nel folto della foresta [bello il modo in cui è stato tradotto в глубину, v glubinu, lett. in profondità] e, in fretta e furia, ma badando a non fare rumore, lo deposero in una fossa con la testa rivolta a occidente, verso l’oceano; [qui la traduttrice decide di fare una pausa più lunga: la virgola dell’originale diventa un punto e virgola; forse la frase si legge bene anche mantenendo la virgola] quindi lo ricoprirono di terra e foglie, e in fretta e furia [ripetizione anche in originale] andarono a lavarsi.


Per quanto riguarda i dialoghi, invece, il finale de Il figlio viene costruito su un crescendo di tensione che culmina con la morte della signora Marot. Anche qui, la traduzione è ineccepibile.

За минуту до смерти она сказала очень тихо:
– Боже мой, этому имени нет!
И еще:
– Где цветы, что ты дал мне? Поцелуй меня – в последний раз.
Она сама приставила дуло к виску. Я хотел выстрелить, она остановила меня:
– Нет, нехорошо, дай я поправлю. Вот так, дитя мое… А потом перекрести меня и положи мне цветы на грудь…

«Un istante prima di morire mi disse in un sussurro:
«“Dio mio, questa cosa non ha nome!”.
«E ancora:
«“Dove sono i fiori che mi hai dato? Baciami. Per l’ultima volta”.
«Lei stessa si portò alla tempia la canna della pistola. Ma quando stavo per sparare, mi fermò:
«“No, non così. Aspetta, ti faccio vedere io. Si fa così, figliolo… Dopo mi farai il segno della croce e poserai i fiori sul mio petto…”.

Spero di poter leggere presto in italiano anche il resto della raccolta, e sempre nella bella traduzione di Claudia Zonghetti.

Traduce dall'inglese e dal russo

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