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Letture in infusione: A Little Episode di Katherine Mansfield

L’unico fascino del passato è che è passato.
Ma le donne non sanno mai quando cala il sipario.
Lord Henry in Il ritratto di Dorian Gray

Yvonne percorse adagio la lunga sala del Concert Hall, piena di luci scintillanti. Accennò un inchino ad alcuni conoscenti, poco consapevole degli sguardi di ammirazione degli uomini e dell’aria di entusiasta familiarità delle donne.

D’un tratto si sentì tirare appena la gonna e, abbassando gli occhi, vide Mrs Mason, una donna robusta, baffuta, con un vestito dal décolleté aggressivo, che le sorrideva e le porgeva la mano.

«Buonasera, Mrs Mason» disse Yvonne con un sorriso, e le strinse la mano con garbo.

«Buonasera, Lady Mandeville… Tutta sola? Spero che suo marito non stia poco bene».

«Teme di covare un raffreddore di testa,» rispose Yvonne «così ha pensato bene di starsene vicino al fuoco e di riguardarsi».

«Be’, molto saggio, davvero molto saggio,» disse Mrs Mason, arruffando il pizzo sul petto quasi fosse un piccione «si fa presto ad ammalarsi in questo periodo».

«Sì, purtroppo è vero» replicò Yvonne.

«La mia Ethel si è presa un tremendo raffreddore, che ora le è sceso nei bronchi e le ha fatto venire un’orribile tosse grassa. Certo, lei fa tante storie ma io lo conosco il segreto per queste cose – un bell’impiastro di senape forte».

«Davvero?» disse Yvonne. Lanciò un’occhiata alle braccia robuste, rosse di Mrs Mason e rabbrividì appena.

«Spero non sia lei a covare qualcosa,» continuò Mrs Mason «mi sembra che abbia gli occhi un po’ gonfi, mia cara».

Si girò verso una donnina pallida seduta vicino a lei, il suo pallore era accentuato da un grande viluppo di gerani scarlatti e di capelvenere che le si arrampicava sulla spalla sinistra… «Posso presentarle la mia amica Mrs Wood?».

«Molto piacere» disse Yvonne, e andò al suo posto.

«Che donna distinta,» disse Mrs Wood «che grazia, Amelia – sembra un disegno di du Maurier, vero?».

«Oh sì, una cara ragazza» disse Mrs Mason, agitando energica il ventaglio. «Conoscevo suo marito prima che si sposassero – un tipo onesto, con molto senso pratico. Non sai niente di lei?».

«No, so solo che è Lady Mandeville. Dai, su, racconta».

«È la nipote dei signori Parratt, sai, quelle persone buone, tranquille, premurose della chiesa anglicana in Bellevue Avenue. È la figlia di Oswald Parratt, il fratello minore, un vero buono a nulla. Hanno provato di tutto con lui, ma alla fine se n’è andato di casa e si è trasferito a Parigi per darsi all’arte».

Mrs Wood si lasciò sfuggire una piccola esclamazione, che poteva essere di orrore o di pietà o di compassione.

«Poi» disse Mrs Mason tirandosi su i lunghi guanti e lisciando con cura le pieghe «ha sposato una perfetta sconosciuta». Aveva un tono pieno di gelido disprezzo. «È morta quando è nata questa ragazza, Yvonne. Dicono che il padre non si sia mai ripreso e che la bambina sia venuta su alla bell’e meglio, finché il padre è morto quando lei aveva diciassette anni. Se ti ricordi, in quel periodo i signori Parratt erano all’estero, così l’hanno aiutata loro Yvonne – che non aveva un penny – e l’hanno portata a Mexchester».

«Tipico dei Parratt» si lasciò sfuggire Mrs Wood, a bassa voce.

«Sì. La bambina – be’, ormai era quasi una donna – non conosceva neanche il catechismo, non aveva vestiti e fumava sigarette… È stata una bella trasformazione. Un mutamento profondo e, siccome era bella, Geoffrey Mandeville si è innamorato di lei e l’ha sposata. Certo, come ho detto a lei, è stata un gran bella fortuna – la più grande che le potesse capitare. Lei stessa, in effetti, è rimasta sbalordita dall’intera situazione».

«E le cose funzionano tra loro?».

«Vanno benissimo».

«Hanno dei figli?».

«No, non ancora. Ma immagino che ne avranno di sicuro – se lo possono permettere, e Geoffrey è proprio una brava persona, seria e molto coscienziosa».

Mrs Wood lanciò un’occhiata incuriosita a Yvonne – era appoggiata allo schienale della poltroncina, a riposo la sua faccia delicata, pallida aveva un’espressione stranamente svogliata; i capelli biondi, lucenti erano raccolti in sbuffi e in riccioli alla moda. Aveva un lungo cappotto a chimono di velluto nero e sembrava l’incarnazione del languore e dell’eleganza.

E la ragazza pensava:

«Sono stata proprio una stupida a venire fin qui. Non so perché l’ho fatto, sarebbe stato facile evitarlo. Ma la tentazione era troppo grande… Chissà se è rimasto lo stesso, chissà se si accorgerà di me… Non ci penso nemmeno ad andare da lui dopo…».

Un uomo uscì sul palco per aprire il pianoforte, Yvonne si mosse appena sulla poltroncina e apriva e chiudeva le mani in maniera convulsa.

Un attimo dopo Jacques Saint Pierre s’inchinò davanti al pubblico.

Yvonne non alzò lo sguardo finché lui non si sedette al pianoforte, poi… non era cambiato. La stessa figura snella, gli stessi capelli neri, folti, spazzolati all’indietro, la bocca imbronciata, inquieta, le belle mani espressive da musicista.

Quando lui iniziò a suonare, un’improvvisa vampata di colore le inondò la faccia.

Reminiscenze – ricordi squisiti, dolceamari cominciarono a riunirsi davanti a lei, una compagnia variegata, triste, affascinante. Chiuse gli occhi… Di nuovo nelle stanze del padre, Jacque al piano, Emil semi sdraiato sul tavolo, Jean vicino al fuoco che faceva uno schizzo di tutti loro… Lei era raggomitolata vicino al padre, con il suo braccio che la cingeva, guancia a guancia, cuore a cuore.

Un boato di applausi fragorosi, assordanti seguì l’Appassionata. Quel suono brusco, duro sembrava farle male fisicamente – sembrava abbattersi sulla sua anima ferita, tremante, con dei colpi crudeli.

Presa da un impeto ingovernabile, si alzò e uscì a passo svelto dalla sala.

«Mi indichi il camerino degli artisti, per favore» disse.

L’uomo la guardò con aria inquisitoria.

«Monsieur non desidera vedere…».

«Sono una cara amica di Monsieur Saint Pierre. Mi sta aspettando».

L’uomo accennò un inchino. Percorsero un corridoio stretto, di sasso e varcarono una porta a vento. «La seconda porta a destra» disse l’accompagnatore, e la lasciò lì.

Yvonne rimase immobile per un istante – si sentiva quasi soffocare. Il suo cuore sembrava scandire dei colpi sonori, sordi.

Poi, all’improvviso, corse verso la porta e bussò.

«Entrez» disse una voce.

Lei aprì la porta e rimase tremante sulla soglia, le lacrime le tremolavano sulle ciglia.

Jaques era in piedi davanti a un piccolo fuoco, fumava una sigaretta. Alzò gli occhi, con aria inquisitoria. Poi, quando la vide, le corse incontro e le prese le mani.

«Yvonne… Yvonne».

«Jaques… Jaques».

Lei un po’ rideva, un po’ piangeva, bella in maniera indescrivibile, inebriante… La piccola, incantevole crisalide dei giorni delle lezioni di musica era diventata un’affascinante farfalla dell’alta società e per lei questo caro, affettuoso ragazzo era diventato l’uomo ideale, il musicista ideale, il simbolo di tutta una vita felice – i suoi giorni a Parigi.

«Oh,» disse lei d’istinto, come una bambina «quanto ho sofferto…».

Doveva dirgli tutto, confidarsi, chiedergli consiglio, avere la sua comprensione. Doveva sentire di nuovo quel suo tono di voce singolare, carezzevole… «Oh, Jaques».

Lui prese una sedia.

«Tenez,» disse «devo tornare a suonare. Mi aspetti qui, non verrà nessuno. Qui ci sono le sigarette, dopo dovrà raccontarmi tutto».

«Oh sì, sì» esclamò lei.

Lui la lasciò lì e chiuse la porta.

Yvonne prese una sigaretta, la accese con un sorriso umbratile. Il suono del pianoforte giungeva fino a lei, flebile. Se solo la vedessero ora – tutte quelle grasse, impassibili filistee, quell’idiota di suo marito.

Quando Jacques tornò, lei sembrava un’adorabile bambina colta con le mani nel sacco e l’uomo, di colpo, trattenne il respiro. Era elettrizzato dalla musica e le mani gli tremavano, si vedeva. Non aveva voglia di ascoltare una confessione lunga, opprimente – voleva solo stringere questa donna e baciarla. Sembrava scosso da una violenta passione.

[…]

Traduzione di Cristina Galimberti, Ilaria Stoppa e Martina Ricciardi

 

Cristina, Ilaria, Martina

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