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A me puoi dirlo, Catherine Lacey

Editore: SUR
Traduzone di Teresa Ciuffoletti

Che terrore dover sopportare un corpo. Già il fatto che le persone esistano è un miracolo.

In una cittadina di provincia a Sud degli Stati Uniti arriva una persona sconosciuta. Gli abitanti la trovano addormentata su una panca della chiesa, all’inizio di una funzione religiosa, per questo decidono di chiamarla Panca. Nessuno riesce a capire quanti anni abbia, né da dove venga o se sia un maschio o una femmina, anche perché Panca, che capisce la loro lingua, si rifiuta di parlare e di raccontare qualcosa di più su di sé. Nonostante il trambusto creato da questa presenza, una famiglia caritatevole decide di accoglierla a casa. Proprio in quei giorni la cittadina è in subbuglio per via della Festa del Perdono, il tradizionale rito religioso collettivo che la comunità aspetta con ansia tutto l’anno per redimere i propri peccati; Panca, figura enigmatica e imperscrutabile, non aiuta di certo a sciogliere le tensioni. A turno, ma invano, gli abitanti del paesino cercano di capire qualcosa di più sulla sua storia e sulle sue origini, continuando a fare domande e a esigere delle risposte che non arriveranno mai. Il suo silenzio, però, diventa il pretesto che porta i cittadini a mettersi a nudo, a esternare i propri racconti di vita i pensieri che non hanno mai confessato a nessuno, per paura dell’occhio giudicante degli altri. 

A me puoi dirlo

 

Siamo davvero pronti, capaci, disposti ad accogliere l’altro? È questa la domanda che sembra aleggiare in tutto il romanzo. L’autrice, Catherine Lacey, con la sua scrittura provocatoria e pungente, mette il lettore davanti a una realtà nuda e cruda: quante cose abbiamo bisogno di conoscere su una persona prima di accoglierla davvero nella nostra vita? Di Panca non sappiamo nulla, eppure è lei a raccontarci tutta la storia in prima persona — conosciamo gli altri personaggi attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri. Per tutto il romanzo il lettore si muove tra i pensieri di Panca, in tondo, e le parole, le confessioni delle persone che provano a farla parlare, in corsivo. 
Questo alternarsi visivo sottolinea maggiormente l’assenza di dialogo, perché Panca non parla, sta in silenzio. Ma il suo silenzio fa parlare gli altri. Le voci che sentiamo, infatti, sono quelle degli abitanti della cittadina, che si ritrovano a dire a Panca cose private, personali, peccaminose. Forse, sembra dirci Lacey, aprirsi con uno sconosciuto è più facile. La scrittura di questa giovane autrice non è lineare, alterna momenti di lucidità estrema a momenti più visionari, che sfiorano quasi l’onirico. È partecipe dei drammi dei suoi personaggi, li vive con loro e non è mai distaccata; eppure non fa sconti a nessuno. Dipinge una realtà — quella americana, ma in generale la realtà contemporanea — fatta di ipocrisie e di stereotipi basati sull’esigenza di catalogare una persona a partire dal colore della pelle, dall’età, dal corpo stesso.

Veniva da chiedersi, allora, se tutti i problemi umani derivassero dai nostri corpi, quelle cose precarie, più deboli o più forti, più chiare o più scure, più alte o più basse. Perché ci creavano così tanti problemi? Perché li usavamo per metterci l’uno contro l’altro?
 Perché pensavamo che il contenuto del corpo significasse qualcosa?

La traduzione italiana di Pew (titolo originale del romanzo) è firmata da Teresa Ciuffoletti, e anche questa volta il risultato è davvero ben riuscito (il primissimo numero di Tre alla terza era dedicato a Le più fortunate, di Julian Pachico, sempre edito da SUR e sempre tradotto da Ciuffoletti. Potete leggerlo qui). La traduttrice restituisce a lettore italiano tutte le particolarità della scrittura dell’autrice e dei temi del romanzo. Le voci dei personaggi che si susseguono di fronte a Panca sono ben distinte e caratterizzate ognuna dalle proprie peculiarità. Dall’italiano più vicino al neostandard di Nelson, il ragazzino adottato da un’altra famiglia, ai toni pacati e forzatamente buonisti degli altri personaggi, in particolare modo gli adulti, che sembrano aver perso il senso dell’onestà. 

Come dicevo, la particolarità dello stile di Lacey è quella di non essere lineare, ma di oscillare tra il realistico e l’onirico. Questo aspetto si vede molto bene nell’incipit del romanzo, estremamente diretto, realistico, e nella sua conclusione, in cui invece la tensione sale a tal punto da rendere la scrittura quasi visionaria.


A me puoi dirlo comincia così:

IF YOU EVER NEED TO — and I hope you never need to, but a person cannot be sure — if you ever need to sleep, if you are ever so tired that you feel nothing but the animal weight of your bones, and you’re walking along a dark road with no one, and you’re not sure how long you’ve been walking, and you keep looking down at your hands and not recognizing them, and you keep catching a reflection in darkened windows and not recognizing that reflection, and all you know is the desire to sleep, and all you have is no place to sleep, one thing you can do is look for a church.

In inglese troviamo un lungo periodo che comincia con una subordinazione e termina nella brevissima e diretta frase principale: «one thing you can do is look for a church». Una struttura costruita quasi geometricamente che crea una sorta di affanno nel lettore. E in italiano questa struttura viene riportata in maniera impeccabile. Da notare soprattutto la resa ben riuscita di “zero posti dove dormire” per rispettare l’espressione anaforica “and all you know”… “and all you know”.

 

Se mai doveste aver bisogno –  e io spero di no, ma uno non lo può sapere – se mai doveste aver bisogno di dormire, se mai doveste essere così stanchi da non dover sentire nient’altro che il peso animale delle vostre ossa, e state camminando da soli su una strada buia, e non sapete più da quant’è che camminate, e continuate a guardarvi le mani e a non riconoscerle, e a scorgere un riflesso sui vetri scuri delle finestre e a non riconoscerlo, e sapete solo di voler dormire, e avete solo zero posti dove dormire, una cosa che potete fare è cercare una chiesa.

 

Tutti dovrebbero leggere A me puoi dirlo, soprattutto in questo periodo così complicato, in cui le certezze che abbiamo vengono messe in discussione. Ci troviamo ad affrontare una realtà che ci fa uscire dalla nostra comfort zone, ma che forse ci farà riscoprire l’importanza dell’Altro, delle relazioni. Se questo Altro, però, fosse uno sconosciuto, una persona di cui non ci è dato sapere nulla? Saremmo disposti ad accettarlo comunque nella nostra vita? A dargli la giusta importanza?

 

Traduce dall'inglese e dal russo

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