Lorem Ipsn gravida nibh vel velit auctor aliquet.Aenean sollicitudin, lorem quis bibendum auci elit consequat ipsutis sem nibh id elit

FOLLOW ME

TWITTER GPLUS FACEBOOK BEHANCE PINTEREST

La voce dell’altro: Ljudmila Petruševskaja

Intervista a Claudia Zonghetti e Giulia Marcucci

Section Title Separator

Il genere umano è un bosco, si distingue bene anche da distante e ha la forma di una catena d’alberi-uomini che si tengono per mano. Chissà perché.

Nell’inverno del 1941 la piccola Ljudmila lascia Mosca con la nonna e la zia per andare a ripararsi a Kuibyšev. La guerra è iniziata. Quello che la aspetta è una vita segnata da fame e stenti, da un susseguirsi di personaggi e di avventure che plasmeranno la vita di una delle più rivoluzionarie scrittrici russe.
La bambina dell’hotel Metropole è l’imperdibile memoir di Ljudmila Petroševskaja uscito lo scorso anno per Brioschi editore nella bellissima traduzione di Giulia Marcucci e Claudia Zonghetti.

Noi abbiamo fatto qualche domanda alle due traduttrici, che ringraziamo ancora per gli spunti preziosi.

 

Claudia , cominciamo da lontano: qualche tempo fa su La Lettura è uscito un bellissimo articolo dedicato a Brioschi Editore, e abbiamo letto che tu fai parte del comitato scientifico che sceglie i libri dell’area russa per la collana «Gli altri». Vorremmo quindi chiederti come scegli i libri e, in particolare, come mai hai scelto di pubblicare La bambina dell’hotel Metropole? Forse perché in Italia di Ljudmila Petruševskaja non se ne parla abbastanza? 

Francesco Brioschi editore ha iniziato interessandosi a letterature “lontane” e poco conosciute come quella iraniana (interessantissima, tra l’altro: assaggiate qualche romanzo e non ve ne pentirete), dopo di che ha voluto guardare anche verso est e, di recente, a sud. Non sono una vera e propria consulente, purtroppo, perché non ho tempo a sufficienza per dedicarmici in modo completo ed efficace, ma di sicuro consiglio i libri che mi hanno colpito, e di sicuro do la mia opinione sui titoli che vengono consigliati da altri. La bambina dell’hotel Metropole era una proposta dell’agente, ma sono stata felice di approvarla. Ljudmila Petruševskaja è la “ragazza terribile” della letteratura russa degli ultimi decenni, ed è un personaggio pieno di sfaccettature e di spigoli, perciò interessantissimo. In Italia non è conosciuta quanto dovrebbe e meriterebbe, è vero, ma speriamo di avere istillato almeno un po’ di curiosità!

 

Giulia, com’è stato tradurre La bambina dell’hotel Metropole? Cosa lo differenzia dagli altri libri che hai tradotto?

È stata un’esperienza che mi ha molto arricchita, perché conoscevo poco la biografia di questa scrittrice e perché mi sono confrontata con temi che mi interessano molto come il contesto sovietico del periodo staliniano con tutte le sue contraddizioni, narrato dal punto di vista di chi, come Petruševskaja, lo ha vissuto da bambina emarginata: una quotidianità fatta di avventure, aspettative, delusioni, stenti, soprusi e incontri talvolta magici. L’arricchimento deriva anche dalle frequenti difficoltà che il suo testo ha posto – vorrei ricordare che Petruševskaja, in più di un’intervista, racconta di essere dimagrita 14 chili nel processo di scrittura e di rievocazione di un passato traumatico che ha avuto la forza di mettere su carta solo nel 2017. Dunque, se ogni traduzione è una sfida, questa lo è stata per me in modo particolare. E forse questo è ciò che differenzia maggiormente La bambina dell’hotel Metropole dagli altri libri di narrativa contemporanea che ho tradotto: la densità della scrittura.

Petrusevskaja

Claudia ci ha raccontato che il suo intervento è stato più di revisione che di traduzione in tandem vera e propria. Sappiamo che è una parte fondamentale del lavoro, e che il compito del revisore è difficile, delicato e spesso non compreso. Raccontateci come avete lavorato insieme.

Giulia: Lavorare con Claudia è stata per me un’esperienza nuova di nutrimento. Sappiamo bene come il lavoro della traduttrice (o del traduttore) sia un lavoro solitario, anche se si tratta, direi, di una solitudine parziale, visto l’incontro enorme che avviene tra chi traduce e chi ha scritto, tra chi traduce e il testo con tutte le sue voci e immagini, con tutti quegli elementi personali e culturali che fanno parte del mondo di chi scrive. In questo caso specifico, potermi confrontare con Claudia, la sua bravura e la sua sensibilità – che è linguistica e culturale, ma anche profondamente umana – è stato per me di grande aiuto: è stato più semplice sciogliere dubbi, prendere decisioni, interpretare, evitare errori; e soprattutto devo a Claudia questo: avermi incoraggiata a sentirmi più disinvolta nel processo traduttivo. In questa traduzione abbiamo cercato entrambe di accordare le nostre due voci per farne uscire una sola, quella di Petruševskaja, e abbiamo lavorato così fino alle ultimissime bozze.

Claudia: La scrittura di Ljudmila Petruševskaja è densa, contratta, spigolosa come lei, e non è affatto semplice renderla con analoghe coloriture dell’italiano. Staccarsi quanto basta (mai di più) dall’originale aiuta a far deflagrare gli stessi spigoli e le stesse asperità anche in italiano, permettendo di offrirla in tutta la sua rutilante (e angosciante) efficacia. Con Giulia abbiamo cercato di arrivare a questo: lasciarle l’originalità dei suoi panni (cappellini compresi! …cercate alcune sue foto e capirete) anche nella nostra lingua. Lavorare insieme è stato utile a entrambe, credo, anche nei momenti di eventuale frizione: il confrontarsi aperto e rispettoso, anche acceso, genera sempre soluzioni migliori di quelle di partenza!

 

La bambina dell’hotel Metropole è un romanzo polifonico: ci sono moltissimi personaggi che si susseguono e affiancano le vicende della piccola Ljudmila. È stato difficile – e divertente, magari? – rispettare e tradurre questo alternarsi di voci?

Giulia: Petruševskaja è un’amante dell’indiretto libero, ama scivolare in altre voci con un effetto spesso ironico, sarcastico e straniante; a tal proposito mi viene in mente «Il bucaneve», quando racconta del sarto dal quale la madre aveva affittato una brandina: di quest’uomo, quando ce lo presenta per la prima volta, leggiamo che era una persona perbene, uno che non beveva, e il discorso termina con i puntini di sospensione. Solo più avanti, capiamo che la casa del sarto era un covo di prostituzione e che lui era un alcolizzato che sperperava tutti i soldi nel bere. Ecco, si capisce a posteriori che Petruševskaja, nel definirlo una persona «per bene», stava probabilmente imitando la voce della madre ingenua. Poi c’è il racconto «La scoperta», ambientato negli anni Sessanta, che è ricco di scene di dialogo: durante l’esame di maturità alla facoltà di giornalismo, oppure nella redazione di Poslednie novosti del giornale radio, e ancora all’inaugurazione di una mostra di «produzione industriale» al Мaneggio e a quella del 1962, con Nikita Chruščev che mise definitivamente fine al Disgelo bocciando gli artisti d’avanguardia: frasi stereotipate, cliché linguistici, giochi di parole che servono a ricostruire un intero periodo storico e culturale. Con Claudia abbiamo cercato di restituire le intonazioni, l’immediatezza, la varietà e le peculiarità delle diverse voci: non è semplice, ma è una delle facce più creative e affascinanti del processo traduttivo. Rinunciarci sarebbe una sconfitta, provarci è il minimo.

Claudia: La resa delle diverse voci è quanto di più bello ci sia nel nostro mestiere. Adattare registri e modulazioni ai personaggi è la cosa più interessante e più stimolante che ci sia. Giulia ha già fatto gli esempi migliori e ho ben poco da aggiungere, se non che speriamo di esserci riuscite!

 

Eccome, ci siete riuscite benissimo! Ma continuiamo a parlare di traduzione, in particolare di strategia traduttiva. Cosa vi interessava preservare nella traduzione di questo romanzo? Ce l’avete fatta, oppure avete dovuto rinunciare a qualcosa? Ci portate qualche esempio concreto?

Giulia: Con Claudia abbiamo parlato molto dello stile di queste memorie e dei racconti autobiografici selezionati, e ad entrambe è sembrato importante non abbellire né migliorare il testo di Petruševskaja, ovvero cercare di farlo svolgere in italiano con le stesse ruvidezze, la stessa frammentarietà, le stesse piccole incongruenze e ripetizioni che, in certi punti, esso presenta, perché sono specchio di un disordine della memoria e appiattirle avrebbe comportato un’ulteriore perdita: la forte connessione con le riflessioni di carattere generale e universale, in cui lo stile diviene più solenne.

Claudia: Il bello di questa raccolta è proprio, come dice Giulia, che è fatta di scampoli: pezzi di memoria, avanzi (in senso buono) di anni e giornate che non cercano MINIMAMENTE un filo conduttore. Che, anzi, non temono le ripetizioni (di parole, frasi ed episodi) e che di questa non-paura fanno quasi uno stilema. Era perciò importantissimo badare a non mettere il grembiulino stirato alla lingua e alla sintassi, era essenziale lasciarla scricchiolare e cigolare, ogni tanto, farla inciampare nel colloquiale e poi ritirarla su, dove necessario. Non abbiamo rinunciato a molto, anzi, ci siamo lanciate persino nelle sfide più bizzarre (e penso, magari, alla battuta di Chruščev al Maneggio…).

 

Vi è mai capitato di tradurre in tandem? E, a prescindere dalla risposta e dalla vostra esperienza, pensate che tutti i romanzi siano adatti a essere tradotti a più mani? La bambina dell’hotel Metropole, ad esempio?

Giulia: Per me è stata la prima volta ed è un’esperienza che rifarei. Credo che ci sono romanzi più adatti (penso, per esempio, a Ženich i nevesta di Alisa Ganieva, in cui ci sono due voci narranti distinte, una maschile e una femminile; oppure a L’aviatore di Evgenij Vodolazkin per le tre voci che si alternano nella terza parte: di Gejger, Anastasija e Innokentij); altri testi forse si prestano meno, ma quello che conta, in ogni caso, è il dialogo costante tra i due traduttori, a partire da premesse condivise.
Per La bambina dell’hotel Metropole la collaborazione è stata possibile, e quindi direi che è un romanzo adatto a essere tradotto a quattro mani.

Claudia: Non ho mai tradotto insieme a qualcun altro e non so se ne sarei capace, se non nel caso di due voci perfettamente distinte e staccate, come appunto Ženich i nevesta di Alisa Ganieva, o come L’eleganza del riccio Di Muriel Barbery (per fare un esempio celebre). Sicuramente la rilettura di due occhi diversi è sempre essenziale, ma una traduzione porta con sé una catena talmente serrata di scelte forzatamente personali, che non so se riuscirei. Alcune amiche e colleghe, invece, lavorano meravigliosamente a quattro e anche sei mani, dunque credo che sia un “problema” mio. Forse molto dipende anche dalla densità del testo. Non so, ora sarei curiosa di provarci, quasi quasi…

 

Claudia, una curiosità spassionata: com’è stato tornare a tradurre autori contemporanei dopo Tolstoj? Ci ricorderemo sempre di quando, durante il nostro primo salotto di traduzione, hai letto commossa un brano tratto dalla tua Anna

Non ho – fortunatamente – mai smesso di tradurre anche autori contemporanei, e la trovo una gioia infinita e ritemprante. Dico spesso che i classici sono il gradino subito sotto la poesia (per stratificazione di interpretazioni, mole di studi al riguardo e via discorrendo), e chi mi conosce sa che io la poesia non la tocco nemmeno coi guanti e la lascio ai poeti. Ergo, la traduzione dei classici implica una vigilanza e una fatica “extra-traduttoria” che a volte riesce a togliere soddisfazione all’impresa. Non intendo minimamente dire che tradurre un autore moderno sia più semplice: tutt’altro! La disinvoltura sintattica e lessicale degli autori di oggi o di ieri è a volte tale, che l’impegno richiesto è pari, se non superiore. Ma con i classici a volte si è ingabbiati dalla tradizione interpretativa che appesantisce la traduzione tout court, che le toglie vita… Insomma, i classici non sono corpi da vivisezionare, ma organismi vivissimi da restituire come tali, e non sempre questo accade o viene tollerato dalla critica accademica. Ultimamente, devo dire, le cose stanno cambiando, e penso (per esempio) alla recentissima traduzione di Cime tempestose: Monica Pareschi ne ha dato una versione con tutta la carne della lingua addosso.

 

Giulia, quali sono i tuoi progetti futuri? Hai qualche novità o qualche traduzione nel cassetto di cui vorresti anticiparci qualcosa?

Dopo La bambina dell’hotel Metropole ho deciso di prendere una pausa, ma forse il tempo sta per scadere! In questi mesi, comunque, ho continuato ad occuparmi di traduzione indirettamente, studiando soprattutto le traduzioni dal russo della prima metà del Novecento di alcuni autori di mio interesse e mi colpisce molto il talento di certe traduttrici e traduttori di allora. Un titolo da tradurre che ho in mente è quello del giallo intellettuale di Petruševskaja, Nas ukrali. Istorija prestuplenija, coinvolgente per composizione e ricchezza linguistica; mi interesse molto la memorialistica e poi mi piacerebbe mettere in cantiere una raccolta di saggi critici su Anton Čechov.

Cristina, Ilaria, Martina

POST A COMMENT