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«Viaggiare in due con una valigia sola»

Intervista ad Anna Nadotti e Norman Gobetti sulla traduzione collaborativa

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Incontriamo Anna Nadotti e Norman Gobetti in un caldo martedì di settembre, a Torino, in un bar nei pressi del Campus Einaudi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto e iniziamo a sfogliare il menù.
Ci siamo preparate qualche domanda a proposito della loro traduzione a quattro mani della trilogia della Ibis, di Amitav Ghosh. Quella della traduzione collaborativa è una pratica ancora poco diffusa in Italia, ma in cui noi crediamo molto e che cerchiamo di portare avanti ormai da qualche anno. Poterne parlare con chi ci ha creduto prima di noi è un grande privilegio.
Ordiniamo due birre, due bicchieri di vino bianco e cominciamo.

Come e quando avete cominciato a tradurre insieme? È stata una scelta vostra o imposta dall’esterno? Vi conoscevate già?

Anna Nadotti:

Io e Norman ci conosciamo da molto tempo. Quando Norman iniziò a tradurre per Einaudi, io svolgevo talora il ruolo di tutor. All’epoca – parlo di oltre vent’anni fa – l’Einaudi aveva deciso di affiancare ai giovani traduttori un traduttore esperto per trasmettere loro un metodo, soprattutto per quanto riguardava la ricerca preparatoria. In quel periodo, inoltre, le traduzioni dall’inglese erano aumentate; arrivavano libri di autori anglofoni di tutto il mondo, dall’Australia, dal Canada, dall’Africa e ovviamente dal subcontinente indiano. C’era bisogno, quindi, di nuovi traduttori. La collaborazione per Ghosh, invece, è nata dal fatto che l’autore consegnò Sea of Poppies, il primo volume della trilogia della Ibis, con sei mesi di ritardo. Doveva arrivare alla fine di giugno e invece arrivò il 23 dicembre. Un regalo di Natale! Oltre al ritardo, c’erano innumerevoli difficoltà da affrontare. Dopo averlo letto, capii subito che non sarei riuscita a tradurlo nei tempi stabiliti con la casa editrice, Neri Pozza. Ne parlai con l’editore e chiesi se fosse possibile posticipare la data di consegna, ma in casa editrice avevano già programmato tutto per il lancio. A quel punto decisi di esercitare la mia “autorevolezza”, uso il termine con tutta l’ironia del caso, e dissi che per quel che mi riguardava le possibilità erano due: rinunciare a tradurre il libro o tradurre a quattro mani con una persona scelta da me che avrebbe firmato la traduzione e ricevuto il mio stesso compenso. La casa editrice accettò la seconda soluzione. Le ragioni per cui avevo proposto Norman erano diverse, ma mi limito a sottolinearne tre: Norman è un grande lettore, scrive bene e ha una passione per la ricerca. Per tutte queste ragioni, a mio avviso, traduce bene. Secondo me per tradurre bene bisogna saper scrivere ed essere lettori/lettrici forti. Inoltre, per come si prospettava la trilogia della Ibis, era indispensabile avere al mio fianco qualcuno che avesse voglia e tempo da dedicare alla ricerca. Il tempo di ricerca per quel libro, infatti, è stato enorme.
Tra di noi c’era – e c’è tutt’ora – molta fiducia. Tradurre è un lavoro così intimo che l’idea di non tradurre da sola Ghosh era difficile per me. Io ho avuto un’altra esperienza di traduzione a quattro mani molto positiva. Mi riferisco alla traduzione dei libri di AS Byatt con Fausto Galuzzi. Lui ha smesso di tradurre da qualche anno per ragioni personali, ma è stata una bellissima esperienza. Si può tradurre insieme, però, solo se c’è una certa sintonia, e se i traduttori hanno la capacità di organizzare il lavoro non dividendosi le cose, bensì condividendole con competenza e amichevolezza.

A proposito di Ghosh, quali sono state le differenze che lei ha percepito nel tradurlo da sola e nel tradurlo insieme a Norman? Come si è sentita?

Anna Nadotti:

Sea of Poppies si prestava a lavorare in due per la presenza di tanti personaggi e tante lingue diverse. Questa caratteristica ha facilitato e, in un certo senso, ha ottimizzato il metodo di traduzione, perché bisognava inventare molto. E in due si inventa di più. Io ho sempre amato tradurre Ghosh e penso che sia un autore molto stimolante. Dice cose importanti sul nostro tempo e nei suoi romanzi osa fare dichiarazioni politiche che non sono mai di facciata. Ho sempre sentito una grande sintonia con il suo pensiero. Recentemente ho riletto Le linee d’ombra è statoil primo libro di Ghosh che ho tradotto, trent’anni fa, nel 1988 (era il suo secondo romanzo, dopo Il cerchio della ragione, tradotto da Vincenzo Mantovani per Garzanti)e mi sono resa conto che è tuttora attualissimo. E con Norman abbiamo condiviso con piacere anche questo aspetto. Anche per questo avevo pensato a lui, perché non può esserci una competizione tra chi traduce. So di traduttori che hanno avuto problemi di competizione tra loro. A me non interessa stabilire un primato. Lavorare a quattro mani non può che essere un ri-creare insieme un libro che suoni esattamente come intendeva l’autore che l’ha scritto. Aggiungo che tradurre a quattro mani è divertentissimo, con Norman ci siamo fatti anche un sacco di risate.

Parliamo del vostro metodo di lavoro: lavorate prima singolarmente e poi vi confrontate, facendo la revisione della traduzione dell’altro? Come gestite il testo?

Norman Gobetti:

Sui libri di Ghosh abbiamo lavorato così: ci siamo divisi i capitoli. Il primo e il secondo volume, Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio, sono divisi in tre parti, e in quel caso ne abbiamo fatta una io e una Anna, poi la terza a capitoli alternati. L’ultimo della trilogia, invece, è un romanzo polifonico, quindi ci siamo divisi i capitoli in base alle voci narranti. Io ho tradotto alcune voci e Anna altre. Per quanto riguarda il metodo, facevamo una prima stesura lavorando singolarmente, poi facevamo una prima reciproca revisione. In un secondo momento abbiamo cominciato a vederci un giorno alla settimana, a casa, e a lavorare insieme sul testo. Confrontavamo le rispettive osservazioni e le discutevamo, spesso (soprattutto nel caso dei dialoghi) rileggendo la traduzione ad alta voce. Alla fine tutti e due rileggevamo ancora una o più volte. Alla fine non ricordavo più quali parti avessi fatto io e quali avesse fatto Anna: abbiamo lavorato talmente tanto sulle parti dell’altro che non si percepiva più alcuna differenza.

Quindi non c’erano più distinzioni di stile nel testo finale.

Esatto. Se dovessi rileggerlo, credo che sarebbe molto difficile dire: «Questo l’ha tradotto uno, questo l’ha tradotto l’altro».

E Anna Nadotti aggiunge:

Infatti una delle prime cose che scrissi riguardo al tradurre, per la rivista diretta da Lea Melandri (Le parole cambiano casa, in «Lapis» n. 20, 1993), è che «si viaggia in due con una valigia sola». Il problema è riuscire a viaggiare in tre con una valigia sola.
Sorridiamo.

Condividiamo tutto quello che avete detto. È divertente tradurre in tre, e pure avere una sola valigia. La questione delle voci di cui parlava Norman, tra l’altro, è un aspetto su cui vorremmo lavorare anche noi. Con Alice [La mia prima Alice, di Lewis Carroll, uscita a maggio 2018 per Atmosphere Libri] non abbiamo avuto modo di farlo. Abbiamo tradotto tutto il testo per intero, perché era un libro piccolo e quindi fattibile. Dopo ci siamo revisionate a vicenda, e ogni volta nascevano dibattiti lunghi e costruttivi. L’idea di caratterizzare un personaggio con la traduzione è molto interessante, prestare la propria voce a un personaggio per differenziarlo da un altro ci piace molto. 

Anna Nadotti:

Avendo di fronte una trilogia con personaggi che ritornano – non tutti, ma molti –, il problema era conservare le varie voci, perché Ghosh ci ha messo otto anni a scriverlo, ma noi altrettanti a tradurlo. È stato utile essere in due anche per ritrovare quei modi di dire, quei tic, a distanza di tempo. Essere in due aiuta. Per un lavoro di questo tipo c’è una funzionalità nel tradurre a quattro mani.

 

 

Secondo voi, tutti i libri possono essere tradotti a quattro mani?

Anna Nadotti:

No, io penso di no. Per esempio i due romanzi di Virginia Woolf, Mrs Dalloway e To The Lighthouse, di cui ho curato una nuova traduzione per Einaudi, non sarei riuscita a tradurli a quattro mani. Diciamo che ci sono dei libri che si prestano a essere tradotti a quattro mani. La trilogia di Ghosh sicuramente. A volte tradurre implica una grande promiscuità, pensate a quanti saperi si deve attingere, a quanti aiuti si devono chiedere per realizzare una bella traduzione di un libro complesso – io peraltro sono favorevole a una certa promiscuità. Nel nostro mestiere può essere molto positiva, molto stimolante. Non con tutti i libri, con alcuni funziona, con altri no.

Norman Gobetti:

Sì, anche io la penso in questo modo. Devo dire che sono rimasto molto sorpreso quando ho cominciato a lavorare con Anna, perché non avevo mai fatto una traduzione a quattro mani e la cosa mi spaventava molto. Proprio perché, essendo sempre stato abituato a questa intimità con il testo, al lavorare da solo, non sapevo cosa sarebbe successo. Poi, ovviamente, ho accettato con entusiasmo e ha funzionato benissimo. Mi sono reso conto che tradurre questi libri in due è stato di grande aiuto. Forse il motivo per cui ho avuto questa sensazione è che c’erano tante cose difficili da decidere ed era difficilissimo fare delle scelte coerenti e portarle avanti. Sentivo l’esigenza di parlarne con qualcuno. Altre volte, invece, non succede, non ne senti il bisogno. Nel caso di Ghosh era proprio necessario parlarne.

Rivolgendosi ad Anna:
Penso che anche traducendolo da sola, avresti sentito il bisogno di parlarne con qualcuno

Anna conferma e aggiunge:
Traducendo a più mani, inoltre, si stabilisce una relazione reciproca in qualche modo analoga a quella fra traduttore e revisore, e questa è la cosa più bella. Con i miei revisori all’Einaudi mi sono sempre trovata molto bene, e ho sempre trovato la revisione molto utile. Spesso si polemizza sul rapporto fra traduttore e revisore, ma è una polemica che a me non interessa molto. Per quanto mi riguarda, credo che sia importante avere un confronto in merito ai contenuti e alla resa. La revisione è implicita nel tradurre a quattro mani, si traduce e si rivede più e più volte, in corso d’opera.

Norman Gobetti riprende la parola:

In generale, dico spesso che la traduzione ha un’origine solitaria ma è sempre un lavoro collaborativo, tranne i casi sfortunati in cui non c’è una revisione. Ma quando la traduzione viene fatta come si deve e il libro viene curato in un certo modo, nella traduzione ci mettono sempre mano più individui. Certo, può capitare di lavorare con persone incapaci, ma non è questo il punto. Se si lavora con dei professionisti che sanno quello che fanno è sempre una cosa utile, arricchente. Più passa il tempo, e meno sento le mie traduzioni come un’opera esclusivamente mia. L’impronta del revisore, del redattore e delle altre figure che a volte intervengono sul testo è importante, e imprescindibile.

Ci incuriosisce questa differenza tra l’occhio del revisore e l’occhio del collega che, come te, ha tradotto una parte del testo e contemporaneamente revisiona il tuo lavoro. Esiste una differenza tra le due figure, secondo voi?

Norman Gobetti:

Devo dire che mi è capitato di lavorare con Anna in veste di revisore diverse volte, quindi nel nostro caso la situazione è un po’ più sfumata: quando Anna ha fatto le revisioni sui miei lavori, le faceva mentre io traducevo. Sapendo che poi sarebbe stata lei a rivedere il testo, visto che siamo abituati a lavorare insieme, a volte le mandavo i capitoli via via che li traducevo. Per cui anche questo rapporto assomigliava molto alla traduzione a quattro mani. Ovviamente è diverso quando consegni un lavoro finito a un revisore che magari non conosci, o con cui magari non entri neanche in contatto, e che poi ti rimanda le sue correzioni. Ci sono diversi livelli di collaborazione, e dunque la differenza va sfumando a seconda del modo in cui si lavora. Capitano anche casi in cui non si ha nessun tipo di rapporto con il revisore, magari non lo si vede nemmeno, e questa è una cosa completamente diversa dalla traduzione a quattro mani. Una revisione come quella che ha fatto Anna su alcuni dei miei lavori, invece, ci si avvicina abbastanza.

Anna Nadotti replica:

Per tornare alla vostra domanda, io non la vedo questa differenza. Non so, pensavo al lavoro di Grazia Giua, da molti anni è lei che rivede i libri che traduco per i supercoralli Einaudi. Oltre a essere un revisore, è anche una persona che quando mette i nastrini rossi, come dice Norman, ovvero proposte di modifica e commenti, li argomenta sempre, li motiva. Per me, quindi, il revisore è qualcuno che entra nel merito della tua traduzione e ti pone degli interrogativi, ma per migliorare il testo, non in modo competitivo. Credo che il vero problema sia che spesso si sente il bisogno di dire: «Questo l’ho fatto io, quest’altro l’ho fatto io». Invece non importa, non è questo che conta.
Tutti sorridiamo.
La letteratura è un luogo già di per sé generoso, a mio avviso. Il fatto stesso che ti permetta di entrare – perché anche il peggiore dei libri ti fa entrare – a volte ti cattura. Secondo me la questione è tutta qui: stai dentro al testo insieme a un altro, o a un’altra, e trasporti quel testo nella tua lingua. È molto bello da fare, anche esteticamente. A me piace l’idea che questa cosa la si trasporti insieme a qualcun altro.
Di nuovo sorridiamo e aggiungiamo: «Sì, in effetti è molto bello». Anna continua:
Devo ammettere che anche la revisione de Il giovane Holden con Matteo Colombo è stata un’esperienza particolare. L’abbiamo fatta a distanza e, a differenza di Norman, non c’era una consolidata amicizia. Con Matteo è nato un rapporto amichevole, ma è nato proprio facendo questo lavoro. Secondo me è stata un’ esperienza molto stimolante e interessante dal punto di vista professionale, sia per lui sia per me.

 


E invece qualche aspetto negativo della traduzione collaborativa, se esiste? A volte non può portare a una traduzione “pigra” del tipo: «Non importa se non mi viene in mente niente, tanto ci pensa l’altro»?

Norman Gobetti:

Secondo me è un rischio, ma con Anna non è successo. Una cosa più probabile, invece, è che si sviluppino dinamiche di potere, di concorrenza, o può capitare di non sentirsi liberi di esprimere le proprie considerazioni, o ancora di offendersi se l’altra persona ti fa notare qualche imprecisione. Questa è proprio un’alchimia tra le persone che dipende da tantissimi fattori. Nel caso mio e di Anna bisogna anche considerare che la nostra collaborazione è cominciata con un autore su cui lei aveva già lavorato molto. Lei era molto più esperta di me. Quindi la cosa è cominciata con dei ruoli precisi, non eravamo sullo stesso livello. Alla fine, però, questi ruoli sono diventati paritari, e mai concorrenziali. Non era questione di stabilire chi era più bravo tra i due. Non ci interessava. Mentre tra persone della stessa età, magari anche dello stesso sesso, questo può avere una certa influenza. Comunque, credo sia proprio una questione di alchimia personale, di carattere. Io e Anna, ad esempio, ci completiamo molto a vicenda. Questo per me conta molto. Sento che lei su tante cose fa molta più attenzione di me, e viceversa.

Anna commenta: «Sì, siamo complementari», e Norman prosegue:

C’è proprio una complementarietà sul tipo di cose a cui diamo importanza, però tutti e due sentiamo che quello che porta l’altro è prezioso. Magari tra due persone i cui punti di forza e di debolezza sono gli stessi è più facile che si creino degli screzi. Ma a noi non è mai capitato.

Anna commenta: «No, assolutamente».

Anche quando uno dei due diceva all’altro che una cosa era completamente sbagliata, perché a volte capita, nessuno dei due si è mai sentito umiliato.

Anna prende la parola:

No, mai. Devo dire che nella lunga collaborazione con Fausto Galuzzi su AS Byatt, il fatto di avere competenze affini ma diverse, come diceva Norman, è stato molto importante. Fausto è un raffinato linguista, aggiornatissimo sull’inglese (insegna al Liceo scientifico ed è autore di una grammatica redatta a quattro mani con Angela Gallagher). E ha una passione smodata per la lingua e la grammatica inglese. Io invece ho la mia passione sviscerata per la lingua italiana. Per cui, anche in quel caso, c’era complementarietà. E devo dire che anche nei momenti in cui discutevamo alcune scelte, sul forzare una resa, ad esempio, o su come rendere l’oscenità di un certo personaggio, ci chiedevamo: «Cosa facciamo, lo forziamo o non lo forziamo?» La stessa cosa è successa anche a me e a Norman per un personaggio della trilogia. Si possono avere posizioni diverse, però quando si dice «Io farei così», piuttosto che «No, io invece farei in quest’altro modo» è importante argomentare – secondo me è questo il ruolo del traduttore, sempre, anche quando lo domanda a se stesso. A questo si dovrebbe pensare, ipotizzando che il proprio lavoro serva al lettore. A volte il compromesso diventa la soluzione. A volte la traduzione avviene senza compromessi. Questo si fa lavorando a quattro mani.

Norman Gobetti:

Un altro aspetto che mi viene in mente e che potrebbe ricollegarsi alla “pigrizia” di cui parlavate prima, ma che in realtà è un aspetto positivo, è una sensazione che ho provato molte volte quando andavo da Anna per le nostre sessioni settimanali. Avvertivo proprio un senso di riposo.

La sicurezza dell’altra persona che è lì pronta a darti un appoggio…

Entrambi annuiscono, e Norman continua:

Sì, penso che “riposo” sia la parola più appropriata. Riposare nella presenza dell’altro. Quando si lavora da soli, al contrario, entra in gioco un aspetto più adrenalinico, l’idea del “tirare” da solo.

In realtà ci si confronta sempre con persone di cui ci fidiamo, come dicevate prima anche voi, e con cui si è in sintonia. Ci si sente anche più liberi di esternare le proprie ansie, i “voli pindarici”, perché c’è qualcuno che arginerà il tutto. Magari quando si è soli tutto questo non accade.

Anna Nadotti:

Forse un altro dato interessante è la relazione che stabilisci con l’autore, nei casi in cui è possibile. È meraviglioso trovarsi di fronte a un autore, e nel caso di Ghosh è stato senz’altro così, che accetta l’idea che sarete in due a rendere la sua lingua, la sua storia e la sua invenzione. Questo è davvero interessante, perché è come se si moltiplicassero i punti di vista.

Norman Gobetti interviene:

E Ghosh è stato molto disponibile nei confronti di entrambi.

Anna Nadotti:

Sì, molto. Anche perché io gli avevo spiegato il motivo alla base di questa collaborazione, dopo anni di lavoro in solitaria. Intanto la responsabilità era sua, visto che aveva consegnato con sei mesi di ritardo. Ride. E poi perché aveva scritto un libro con otto lingue, di cui due ignote. Ma il dato ancor più interessante è che Ghosh ha messo in contatto i suoi traduttori, come a suo tempo fece anche Byatt. E devo dire che è molto stimolante, perché in realtà per i traduttori è molto utile confrontarsi con i colleghi di altri Paesi che hanno problemi diversi, ovviamente, per via delle diversità di lingua e strutture grammaticali e sintattiche. Tutto questo, come dicevo, è molto interessante e ti fa riflettere di nuovo, di più, e in modo ancor più originale sul tuo lavoro. Hai degli altri elementi che prima magari non avevi. Durante il seminario dei traduttori di AS Byatt, che si tenne all’Università di Leiden nel 2012, era stato utilissimo discutere i modi in cui avevano affrontato i problemi e trovato soluzioni, diverse e/o affini, la finlandese e il danese, lo spagnolo, la brasiliana o la russa. Un’occasione per verificare la ricchezza di Babele, con una sostanziale uniformità di vedute tra i traduttori in lingue neolatine rispetto ai traduttori verso le lingue nordiche e i traduttori in altre lingue. Fu una bellissima, amichevole esperienza. La questione che Norman ha sollevato, e a cui io non avevo pensato, mette lo scrittore di fronte alla molteplicità di interpretazioni o di resa, e questo secondo me è molto utile. Proprio perché a un certo punto non si è più in due, ma in tre. E si crea una dinamica, anche psicologica, molto interessante. Poi è chiaro che io ho un rapporto privilegiato con Ghosh perché sono trent’anni che lo traduco.

In effetti la questione del confronto con gli altri traduttori è interessante. Anche Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni hanno detto la stessa cosa per quanto riguarda Joyce e la traduzione del Finnegans Wake. Abbiamo intervistato anche loro e una delle prime cose che ci hanno detto riguardava proprio il rapporto tra colleghi e l’utilità di confrontarsi con i traduttori di altre lingue.

Anna Nadotti:

Anche io penso che sia un’esperienza molto utile. Umberto Eco l’ha sempre fatto e un altro autore che lo faceva era Günter Grass. Quando AS Byatt ha ricevuto la laurea Honoris Causa dall’università di Leiden – una delle più antiche d’Europa – e le hanno chiesto in che modo volesse festeggiare, ha proposto di organizzare un seminario con i suoi traduttori.

E secondo voi invece perché la traduzione collaborativa in Italia non è ancora così diffusa? È solo una questione economica? Ci siamo informate e abbiamo visto che nel Nord Europa è una tecnica molto più comune, mentre in Italia non abbiamo trovato molti esempi. Qual è la vostra opinione in merito?

Norman Gobetti è il primo a rispondere:

Secondo me in Italia siamo un po’ maligni, perché vengono subito dei sospetti se si vedono i nomi di più traduttori. Dal momento che la traduzione collaborativa non è una pratica molto abituale in Italia, la prima cosa che si pensa quando compaiono più nomi è che ci sia “qualcosa sotto”.

Alcuni pensano che il traduttore più celebre in realtà non abbia fatto niente oppure che sia dovuta intervenire un’altra persona solo perché la traduzione non era fatta bene.

Anna Nadotti continua:

Io invece penso che, dopo Leopardi, ci sia una radicata cultura italica del genio solitario. Ho già detto della bella esperienza di traduzione collaborativa con Fausto Galuzzi, e credo che lavorare a quattro mani possa essere un punto di arrivo anche per traduttori esperti. E la collaborazione con Norman lo conferma. Io ero più esperta, ma anche lui aveva già tradotto tanto. La traduzione collaborativa permette di misurarsi non solo con un autore o un’autrice, ma anche con il metodo di un altro traduttore. Quindi il lavoro metodologico è duplice, al traduttore è richiesto un doppio sforzo di interpretazione e di confronto. Per il successo di una traduzione collaborativa è fondamentale pensare insieme, cosa che invece si tende spesso a non fare. La mancanza di questa predisposizione innesca meccanismi molto negativi, molto egoistici e sempre mediocri. A mio avviso è fondamentale saper ascoltare. Io credo di aver parecchie cose da dire, ma mi interessa molto ascoltare.

A questo punto Norman inverte i ruoli e ci rivolge la stessa domanda. Ci chiede se ci siamo fatte una nostra idea sul perché la traduzione collaborativa faccia fatica a prendere piede in Italia. Rispondiamo, elencando le motivazioni principali.

Forse per motivi di carattere strettamente economico. Con più traduttori l’editore teme di dover investire più soldi nella traduzione, quando in realtà succede il contrario perché il compenso viene ripartito tra i collaboratori. Altre volte può succedere che tanti nomi causino una reazione inaspettata, che possano confondere o destabilizzare gli editori. E poi c’è una buona dose di scetticismo: le case editrici si fanno sempre molti scrupoli ad affidarsi a traduttori esterni, soprattutto se i traduttori in questione sono giovani. Farsi conoscere all’inizio è molto importante, ma è difficile. Noi stiamo lottando anche per questo.

Anna Nadotti:

Credo che si possano sensibilizzare gli editori sulle potenzialità della traduzione collaborativa. Dal punto di vista economico, la cifra stanziata rimane la stessa, solo che viene ripartita. Quanto alla qualità del lavoro, in alcune circostanze può essere addirittura migliore: se un manoscritto arriva in ritardo, come accadde con il primo volume della trilogia di Ghosh; o se viene modificato il piano editoriale; o per dar corso a un progetto a più mani, come il vostro per Alice. Mi sembra utile qui precisare brevemente come andarono le cose con Beppe Russo, direttore editoriale della Neri Pozza. Come vi ho già detto, il pdf di Sea of Poppies arrivò con circa sei mesi di ritardo, e mi bastò una prima lettura per valutarne l’estrema complessità. Decisi di tradurne una ventina di cartelle, evidenziando tutti i problemi e le difficoltà, poi lo mandai a Beppe Russo. Una settimana dopo, quando ci siamo incontrati in casa editrice a Milano, aveva preso visione di tutto e capito perfettamente la situazione. Gli proposi quella che a me pareva una soluzione ottimale – per l’appunto una traduzione collaborativa – e accettò. Credo che non abbia mai preso in considerazione l’idea di suddividere il testo, assegnare la traduzione a più traduttori, e poi farlo uniformare. Oggi molti libri vengono prodotti così: una, due, tre o anche più persone traducono poi un revisore uniforma e ripulisce il tutto. Non so come si decida in merito a chi firma.

Infatti l’altra risposta che ci siamo date è che spesso si confonde la traduzione a più mani con un procedimento molto diverso, che noi chiamiamo “Frankenstein” e che consiste nel distribuire la traduzione tra più persone e poi chiedere a qualcuno di rimettere tutto a posto per accelerare i tempi di pubblicazione.

Norman Gobetti:

La diffidenza degli editori può di certo essere una ragione. Però ho notato che nelle giovani generazioni questa pratica collaborativa si sta molto più diffondendo.

Ed è importante perché a volte un editore serio, che vuole rispettare i ritmi serrati dell’editoria senza però rinunciare a un lavoro di qualità, potrebbe rivelarsi più disponibile a farlo tradurre a quattro mani. Magari dicendolo pubblicamente, piuttosto che optare per questi lavori “sottobanco”.

Forse la traduzione collaborativa si sta consolidando sempre di più anche perché nei master e nelle scuole di traduzione ci si abitua a lavorare insieme. Pensare di poter lavorare insieme diventa quindi più spontaneo. Per i traduttori come noi, che non siamo usciti dalle scuole, veniva più automatico pensare di lavorare da soli.

In effetti ha ragione. Per noi è stato spontaneo perché all’università lavoravamo così: traducevamo da sole una cartella a casa e poi in classe ci confrontavamo e veniva fuori una versione finale. La docente, Franca Cavagnoli, raddrizzava un po’ il tiro, ma si lavorava molto insieme. Ed è proprio da qui che siamo partite per creare Parole Migranti: dall’armonia e dall’entusiasmo di creare qualcosa – un testo, un progetto, una traduzione – insieme.  

Cristina, Ilaria, Martina

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    27 Novembre 2019
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    Anna Tagliavini

    Bellissima intervista! Spiega tante cose sulla traduzione, non solo quella di coppia ma in generale. Mi ci sono ritrovata molto, grazie!

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