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I Mandible, Lionel Shriver

Pubblicato da 66thand2nd, trad di Emilia Benghi (2018)

Come ogni mercoledì, torna Tre alla terza, la nostra rubrica dei libri in traduzione. Oggi però c’è una novità. Abbiamo pensato di proporvi un’edizione speciale, tutta a tema “Mandible”, dedicata a Lionel Shriver.
La struttura sarà la stessa: vi racconteremo qualcosa sulla trama, sullo stile, e sulla traduzione. Ma questa volta sarà un po’ come leggere un’intervista. Dopo ogni descrizione, infatti, troverete un commento di Lionel Shriver tratto dalla presentazione di lunedì alla libreria Book Morning di Genova.

Siamo nel 2029 e ci troviamo davanti al tracollo finanziario degli Stati Uniti, schiacciati dal debito pubblico e dall ‘emergere del bancor, una nuova moneta per gli scambi internazionali. ll presidente Alvarado decide di azzerare il debito pubblico, di vietare agli americani di portare dollari all’estero e di requisire tutto l’oro in possesso dei cittadini. Questa misura però non fa che peggiorare le cose. Il paese crollerà in una crisi finanziaria senza eguali. Ma la tragedia collettiva è indissolubilmente legata a quella privata. In quanto I Mandible sono anzitutto la storia di una famiglia. Ben quattro generazioni vengono descritte nelle pagine di questo romanzo e tutti quanti i membri della famiglia vivono nell’attesa di ricevere un ingente patrimonio. Un patrimonio “bloccato” in alto e concentrato nelle mani del 97enne Douglas Mandible che fa di tutto per negare l’eredità ai suoi posteri. Ahimé, non ha alcuna intenzione di morire. Ma il protagonista vero e proprio del romanzo è proprio il dollaro, sempre presente sullo sfondo e nei dialoghi dei vari protagonisti, come sostiene Shriver durante la presentazione:

“Il denaro ha qualcosa di estremamente religioso. Diamo un valore enorme alla nostra moneta. Alle persone piace credere all’importanza del denaro. Se il dollaro continua a essere considerato forte e stabile è solo perchè le altre valute in confronto non valgono un bel niente. In realtà il dollaro di qualche secolo fa, vale ormai quanto un centesimo”.

Lo stile di Shriver è pungente, ironico. Arriva, in alcuni punti, a rasentare il sarcasmo. La scrittura dell’autrice è molto lucida, razionale. Si nota l’enorme documentazione, il grande lavoro di studio e la ricerca (anche terminologica) per affrontare le problematiche politiche, fiscali e socioeconomiche. Dal punto di vista linguistico, si deve riconoscere anche il forte intento sperimentale del romanzo. L’autrice non solo presenta ai lettori due linguaggi contrapposti tra loro in base al divario generazionale per cui si ha una lingua obsoleta e fuori moda da un lato e un gergo giovanile dall’altro; ma spinge questa contrapposizione all’estremo attribuendole una portata epocale.Il romanzo infatti è ambientato nel futuro, in un’era storica inventata che segue una fatidica (e spesso citata) “Etàdipietra” o “Etàdellapietra”, a seconda, appunto, del tipo di gergo che si utilizza.
Per quanto riguarda il ritmo, in alcuni casi la lettura procede lenta, ma non è mai noiosa. L’autrice alterna la narrazione a lunghe digressioni che descrivono accuratamente l’andamento economico e le dinamiche finanziarie degli USA, alla luce della crisi del dollaro. Spesso quindi il tono del romanzo si fa serio e sfuma nella saggistica, genere che l’autrice sembra apprezzare molto.

“Non credo che il compito della letteratura sia quello di trattare di tematiche importanti. I romanzieri hanno il diritto di scrivere di qualsiasi cosa.
Mi piacciono quei romanzi che sfumano anche nella saggistica, cioè che siano una sorta di saggi mascherati, quei romanzi cioè che insegnano qualcosa.
Un’altra cosa che mi piace della letteratura è che ti permette di affrontare tematiche che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio. Il romanzo rende queste problematiche più interessanti, perché le persone si rendono conto che sono reali, che potrebbero effettivamente succedere”.

Una delle dominanti di questo romanzo è, senza dubbio, il linguaggio. E quando è così, per i traduttori la sfida si fa ancora più complessa. Shriver, infatti, nell’immaginare la sua società distopica, dice la sua anche sulla lingua e, come abbiamo accennato nel paragrafo dedicato allo stile, differenzia due gerghi principali: quello dei genitori e quello dei figli. Il primo è quello che al lettore suona più familiare, mentre il secondo è ricco di neologismi e di espressioni che rimandano a una società altra, futura, appunto.

Sono moltissimi gli esempi a riguardo, ma vogliamo soffermarci su quello che è forse il più ricorrente di tutto il libro: “boomerpoop” (noioso, pesante, rompipalle). Questo è il dispregiativo che Willing, il figlio adolescente di Florence, riserva alla vecchia generazione, e che in italiano Emilia Benghi rende con l’efficace “cagaboomer”.

In un primo momento il lettore potrebbe trovarsi spaesato di fronte a questo nuovo slang, ma siamo certe che si abituerà presto, perché una delle caratteristiche dei Mandible, anche per quanto riguarda il linguaggio, è proprio il realismo. È vero, Shriver in qualche modo inventa una lingua, ma la inserisce in un contesto ben preciso, realistico, e questo non può che contribuire all’efficacia dell’intero romanzo.

Il merito della traduttrice è quindi di aver rispettato fedelmente le particolarità linguistiche dell’originale e di aver creato un linguaggio altrettanto verosimile, e dunque, credibile.

 

 

Cristina, Ilaria, Martina